La discussione, l'intervento di Graziano Milia

DOCUMENTO POLITICO
MATERIALI DI DISCUSSIONE E CONFRONTO
PER IL PARTITO DEMOCRATICO DELLA SARDEGNA


DOCUMENTO POLITICO
MATERIALI DI DISCUSSIONE E CONFRONTO
PER IL PARTITO DEMOCRATICO DELLA SARDEGNA

L’EUROPA
Negli anni il bisogno di Europa è andato progressivamente aumentando. Il concetto stesso di soggetto politico unitario si è arricchito coinvolgendo anche aree politiche conservatrici da sempre restie a slanci che generassero ragionamenti che andassero oltre i confini nazionali, gli egoismi legati agli interessi di singoli stati. Il percorso storico è stato lunghissimo e tuttavia ancora lontano dall’essere compiuto.
Se è vero che le piattaforme economiche, gli accordi statuali legati alla circolazione di merci e uomini, sono state condizioni imprescindibili per l’attuarsi di legami più profondi, è vero altresì che la situazione politica del dopoguerra, la divisione in blocchi e la necessità di egemonia degli Stati Uniti che non poteva sopportare un eventuale peso antagonista anche da un’Europa unita e consapevole, hanno minato fortemente un cammino positivo che oggi annovera tra le sue difficoltà maggiori la mancanza di un sentimento di comune appartenenza, di identità storica che nelle diversità di culture, tradizioni, stili di vita, credo religioso, riesce comunque a far percepire il Vecchio Continente come soggetto unito e spendibile con autorevole rappresentatività nei rapporti col resto del pianeta.
Eppure è palese che gran parte delle difficoltà che l’Europa registra davanti a una crisi economica di stupefacente violenza, dinnanzi a un gap contrattuale di natura politica rispetto ad altri Stati, che alle volte diventa quasi incolmabile, derivino da una mancanza di unità politica. Purtroppo le ragioni di quest’ultima non vanno cercate nell’incapacità di proporre formule giuste, largamente condivise e indissolubili che portino alla fine a una Costituzione Europea vera e propria, ma alla carenza cronica di strumenti culturali che generano solidi legami di appartenenza.
Non bastano politici lungimiranti, convinti europeisti, teorici e filosofi. Le norme prodotte, alla fine sono il risultato ponderato di una discussione e confronto tecnici, spesso lontani da un sentire profondo e radicato nella popolazione, nell’uomo comune il quale, nonostante senta sempre più parlare di Europa, ancora non possiede gli strumenti per considerarla pienamente parte integrante della propria vita.
Il Trattato di Lisbona, non è ancora quella vera e propria Costituzione di cui l’Europa, come si è evidenziato, avrebbe bisogno, infatti si chiama Trattato e non in modo differente. Una Costituzione racchiude in se, oltre i tecnicismi giuridici, principi ispiratori, valori ideali che vanno ben oltre il semplice accordo. Se non si spinge, si stimola, si innesca un virtuoso percorso culturale, una Costituzione non potrà mai vedere la luce, e se lo farà sarà percepita ancora come norma, come qualcosa di distante e non come l’ossatura di un moderno Stato Federale.
Tuttavia non bisogna disconoscere che abbia rappresentato e rappresenti una cornice politico-culturale sicuramente più avanzata per la costruzione di un percorso che porti all’affermarsi di un soggetto unitario capace di essere percepito come tale così al proprio interno, come all’esterno. Una soggettività e un’autonomia, strumenti insieme di confronto, competizione e di dialogo col resto del Mondo.
Occorre superare le numerose resistenze e gli egoismi che si contrappongono e frenano questo cammino, che del resto è l’unico possibile se si vuole impedire il declino inesorabile del Vecchio Continente, per usare l’espressione contenuta nel documento finale del “Gruppo di Riflessione dell’Unione Europea” presieduto da Felipe Gonzales.
Per fare questo è necessario liberarsi delle zavorre ideologiche legate alla concezione ottocentesca degli Stati Nazionali, nella convinzione siano gli unici strumenti coi quali agire, ovvero dell’idea che l’Europa sia soggetto derivante dalla sommatoria di questi. Il cosiddetto mondo globalizzato lancia sfide di altissima complessità, le quali non si possono raccogliere e affrontare coi mezzi del passato, senza addirittura una analisi e revisione profonda del sistema capitalista.
Quest’altro elemento, essenziale per la costruzione di una Stato nuovo, non lo si può neanche lontanamente prendere in considerazione senza una robusta struttura statuale unitaria. Infatti se si analizzano le direttrici dello sviluppo economico europeo, solo per citare un singolo esempio ma ve ne potrebbero essere tanti altri, si muove ancora lungo una stridente e contradditoria convivenza tra aree: quella del Mare del Nord, quella Danubiana, quella Mediterranea caratterizzate dal protagonismo di singoli Stati Nazionali o ristretti insiemi di questi, in forte competizione degli uni con gli altri, anziché in un regime di cooperazione e coesione unitaria.
Da questo punto di vista, senza mettere in discussione le statualità europee, sarebbe necessario da una parte rafforzare la soggettività unitaria continentale e dall’altra irrobustire il ruolo dei poteri locali in base al principio di “governance multilivello”, creando un quadro di sovranità plurali, non sovrapposte ma interdipendenti che dialogano fra loro in un contesto di riferimento comune all’interno di una mobilitazione collettiva come unico motore per una partecipazione democratica dei popoli; questa è la sfida che il Terzo Millennio ci consegna.
Un partito progressista come il PD deve improntare una discussione che si muova su queste linee direttrici. A maggior ragione si deve adoperare in tal senso il PD della Sardegna evitando di racchiudere al proprio interno qualsivoglia ragionamento al fine di produrre una consapevolezza politica e culturale che vada oltre i propri iscritti e interessi, coinvolgendolo, tutto il popolo sardo. Poiché si parlava di un’Europa unita, questa deve essere tale nella diversità delle culture e dei popoli e la Sardegna possiede specificità particolari da inserire direttamente nel contesto europeo, senza un diluizione preventiva nello Stato italiano.

L’ITALIA E IL RUOLO DELLA SARDEGNA
L’Italia affronta questa delicata epoca storica in un contesto interno caratterizzato da contraddizioni e forte indecisione. Si dimostra incapace di una propria visione ampia e articolata utile a consentirle di svolgere un ruolo nel proprio ambito naturale: il Mediterraneo; si incammina in un percorso federalista circoscrivendolo al solo ambito fiscale, evitando una nuova distribuzione dei poteri che assegni reali e fattive competenze ai territori, alle autonomie locali.
Prendendo come spunto le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, si evince chiaramente che la riflessione si è bloccata in un ristretto ambito evocativo, nell’intento di dare vigore all’idea di Stato – Nazione, trascurando e sminuendo una giusta intuizione della Costituente repubblicana, la quale aveva colto la necessità di riconoscere alcune specialità regionali.
Un ragionamento critico e partecipato, profondo e sostanziale, ci condurrebbe senz’altro a marcare il fatto che l’Italia è uno Stato nel quale convivono più nazionalità oltre quella largamente maggioritaria italiana. Fra esse quella sarda la quale, non essendo di “confine” o legata ad una presenza nel territorio dello Stato di altri popoli in luoghi precisi e ben identificati per dinamiche demografiche generate da particolari avvenimenti storici, ha origini identitarie e non etniche che le attribuiscono una diversità ed una originalità soggettiva non limitabile al solo rapporto con il Continente Italiano bensì da estendere all’intero bacino occidentale del Mediterraneo.
Ecco perché prima di inaugurare una nuova fase storica di vertenze e rivendicazioni nei confronti dello Stato Italiano e dell’Unione Europea, occorre gettare le basi per un nuovo percorso identitario che eviti di ingessarsi attorno all’idea nostalgica e mitica del ritorno alle origini, che rifugga qualsivoglia pulsione conservativa, di chiusura, ma che al contrario sia frutto di un progetto culturale, collettivo, partecipato che possegga la prospettiva della massima apertura verso l’esterno e la grande ambizione della costruzione del futuro.
Il nuovo autonomismo deve sorgere, anzitutto, intorno al valore della libertà, partendo dal presupposto che solo un popolo libero può avere piena consapevolezza e responsabilità delle proprie scelte. Che solo un popolo libero e consapevole di esserlo, non teme né il confronto con il resto del Mondo e neppure la possibilità o meglio l’oramai stringente esigenza di mettere a sistema ed in condivisione ampie quote di sovranità con altri soggetti.
La vicenda autonomistica nel secolo scorso ha conosciuto, nel medesimo arco temporale, una doppia velocità di procedimento: da un lato la divisione del mondo in blocchi contrapposti, ha assegnato una pesantissima lentezza a tutti i tentativi e potenzialità di autogoverno dei Sardi; una fase più celere invece, dettata dall’assoluta necessità di far uscire l’Isola da una disperata condizione di arretratezza e sostenuta da una comune intenzione rivendicazionista, culminò nei “Piani di Rinascita”.
È del tutto evidente che queste condizioni non esistano più poiché la storia ha decretato la fine delle contrapposizioni e la spinta propulsiva di quelle soluzioni economiche – strategiche si è esaurita. Occorre, dunque, cambiare passo prendendo atto che l’inizio del nuovo millennio ci ha consegnato una realtà profondamente mutata e che le stesse categorie politiche del secolo scorso non sono più rispondenti alle grandi e complesse sfide che abbiamo innanzi. La programmazione europea non si esprime più con la semplice distribuzione di risorse su parametri definiti, ma sull’apprezzamento di progetti capaci di promuovere sviluppo in ambiti più ampi e non esclusivamente ristretti al proprio territorio.
Per questo motivo La Sardegna deve costruire il proprio futuro insieme ad altri utilizzando lo strumento delle Macroregioni (GECT=Gruppi Europei di Cooperazione Territoriale), ragionando sul Mediterraneo come luogo di libera circolazione delle merci e dei cittadini. Se si vogliono evitare nuove subalternità e insidiosi asservimenti, bisogna lavorare all’interno di questa cornice.
Il pericolo è che all’autogoverno dei Sardi siano sottratti intere porzioni di territorio costiero e interno, risorse come energia, acqua, trasporti, logistica, produzione alimentare, per cadere in mano a cartelli di investitori senza scrupoli, in quella visione del profitto esasperato e incurante delle necessità dell’uomo e votato alla monetizzazione di qualsiasi cosa, le stesse dinamiche di consumo, sfruttamento senza controllo che certo capitalismo ha avvallato quando non promosso, divenendo di fatto fallimentare e non sostenibile producendo una delle crisi più disastrose della storia.
È necessaria una nuova politica di Riforma fondata sull’affermazione di una sovranità non esclusiva ma condivisa con altri soggetti. Deve contenere principi di sussidiarietà e di governance multilivello che rendano il popolo sardo consapevole del proprio essere e responsabile del proprio destino. Una Riforma che faccia dell'Istituto Autonomistico sempre più luogo di sintesi, di programmazione, di legislazione e sempre meno di mera gestione.
Un Partito Democratico della Sardegna deve porre al centro del proprio agire questi temi fondamentali poiché solo da essi si trae nuovo vigore politico, solo con questi si hanno gli argomenti giusti per un reale coinvolgimento di tutto il popolo, solo attraverso queste tesi si avrà la possibilità di condurre in Sardegna un dibattito che sia realmente partecipativo e che alla fine travalichi i partiti e le sigle politiche più varie diventando movimento popolare, di un’intera nazione che consapevole di ciò che è, ha chiaramente in mente la strada che vuole percorrere, possiede la netta percezione di cosa debba essere il proprio futuro.
IL PD DELLA SARDEGNA NEL CONTESTO MEDITERRANEO
La collocazione geografica rende la Sardegna un luogo di straordinaria elaborazione politica, soprattutto in questa particolare fase storica. Non si può guardare ai nuovi modelli di convivenza in Europa senza aver anche l’ambizione di poter guidare gli straordinari processi politici, culturali e sociali che si stanno verificando nell’altra sponda del Mediterraneo.
Ieri l’Egitto e la Tunisia, oggi la Libia e la Siria obbligano la classe dirigente della Sardegna a prendere atto delle nuove realtà nazionali: i regimi totalitari e dispotici sono stati messi in discussione da uno straordinario movimento di popolo che ha visto come assoluti protagonisti i giovani, pronti a sacrificare la propria vita non in nome di un Dio ma della libertà. Nessun osservatore internazionale aveva ipotizzato uno scenario di questo tipo.
Più delle armi e della violenza hanno contato la forza delle idee, l’informazione globale e i nuovi strumenti di comunicazione sociale presenti nella Rete. Per la prima volta l’Europa e l’Africa sono state davvero vicine. E sempre per la prima volta i giovani francesi, spagnoli, italiani (e sardi) hanno potuto finalmente comunicare e confrontarsi con i giovani tunisini, egiziani e libici. Tutti hanno partecipato a questa primavera di libertà e diritti.
Hanno parlato alla pari, in uno spazio democratico aperto che ha consentito a tutti di essere parte di una grande comunità transnazionale, quella che si affaccia sul Mediterraneo.
La cultura e la conoscenza, il modo di vivere e di interagire, liberati dall'oppressione produrranno una  spinta propulsiva quasi inesauribile, in grado di favorire una contaminazione con altri usi e costumi, prima con noi più immediatamente a contatto.
Il Partito Democratico della Sardegna e la sua classe dirigente devono cogliere il senso di tutto ciò. Nessuna forza politica che aspira a rappresentare il proprio popolo può essere sorda al dialogo con gli altri popoli. Nessuna forza politica che rivendica l’ autonomia e l’identità come motore delle proprie azioni può ignorare che questi concetti vanno ben oltre i labili confini geografici e acquistano senso e forza se rapportati agli altri.
Il massiccio movimento migratorio dei popoli confinanti con l'Italia e con la Sardegna può aprire importanti opportunità per il futuro, solo se si è consapevoli di cosa  produrrà un rapporto diretto e privilegiato con un'area del mondo destinata, fra non molto, ad uno sviluppo rapido, paragonabile a quello di altri territori, per esempio dell'Asia.
Una simile prospettiva richiede da parte del Partito Democratico capacità, lungimiranza, apertura e coraggio nel sapersi mettere in gioco e svolgere così un ruolo primario a livello nazionale e internazionale. L’obiettivo è quello di assegnare all’Isola il compito di essere una autentica cerniera tra l’Europa dei diritti e le nazioni mediterranee delle nuove libertà (specie quelle del nord Africa).
Solo così la Sardegna potrà definirsi a tutti gli effetti la terra dei diritti della persona, il luogo nel quale ciascuno possa esprimere al meglio il proprio essere in relazione agli altri. Una società delle culture, delle lingue e delle confessioni religiose. Un luogo inclusivo nel quale tutti possono esprimersi senza discriminazioni di sorta, delimitato non da frontiere ma da ponti e collegamenti verso il mondo. Gli stessi concetti di Stato e di Patria in questa prospettiva assumono un significato del tutto nuovo.
Solo una nuova sensibilità patriottica, nel senso di cui sopra, potrà permetterci di risolvere la crisi di sistema che investe da diversi anni l'Occidente:  i costi dello stato sociale multiculturale e multietnico sono tollerabili solo se i cittadini attribuiscono un valore (non strategico, non semplicemente utilitaristico) all'idea di società giusta e di convivenza solidale.
IL PD DELLA SARDEGNA E LA SUA ORGANIZZAZIONE
In questo contesto, alla classe dirigente della Sardegna spetta una responsabilità enorme e per certi aspetti inedita. Si tratta di passare da un atteggiamento passivo che attribuisce allo Stato ed all’Unione Europea il deficit di crescita dell’isola ad uno attivo capace di individuare e attivare meccanismi autonomi di crescita e produzione economica.
In passato questo risultato è stato ottenuto, almeno in parte, grazie alla condivisione di regole comuni e l’individuazione di un profilo politico unitario da parte degli attori della società sarda.
L’antico vizio di essere battaglieri in casa propria ma accondiscendenti una volta varcato il Tirreno ha creato danni enormi allo sviluppo economico e sociale della Sardegna. Antico vizio che si riproponeva anche in ambito locale, partendo dai territori per arrivare alla Regione intesa come sportello erogatore di denari, con elementi di contraddittorietà che portavano ad assecondare ogni possibile rivendicazione, malcontento o protesta anche quando questi erano contraddittori fra loro.
Oggi, dopo l'esperienza di governo della Giunta di centrosinistra, che aveva provato a scalfirli, quegli opportunismi hanno ripreso vigore ridiventando uno dei maggiori ostacoli al proficuo agire della classe dirigente di questa regione. La Sardegna risulta così mortificata, soprattutto sul versante dei rapporti istituzionali con lo Stato. La sua specificità, anche a seguito di un mutato quadro legislativo, risulta mortificata e trova una debolissima voce di fronte alle nuove e più forti rivendicazioni delle regioni a statuto ordinario, affamate di nuove competenze e funzioni.
L’assenza di una leadership politica autorevole e forte, la mancanza di una prospettiva di largo respiro dell’attuale classe dirigente della Sardegna, aggravata dalla gravissima crisi del contesto economico internazionale, hanno relegato la nostra regione ai margini dei processi decisionali nazionali e comunitari.
L’assenza di una prospettiva e di un disegno strategico hanno costretto l’isola e i suoi territori ad assistere passivamente alle sfide del nuovo millennio, subendo e non governando i processi derivanti dalla globalizzazione dei mercati, della conoscenza e dei nuovi diritti di cittadinanza.
Per questa ragione, il Partito Democratico della Sardegna deve riprendere il filo dell’azione politica e di governo interrotta nel 2009, correggendo gli errori del passato, valorizzando gli elementi virtuosi di quel programma e rilanciando nuove priorità a livello nazionale e internazionale.
Sono trascorsi poco più di due anni da quella straordinaria stagione di riforme. Soltanto due anni eppure nella consapevolezza della maggioranza dei Sardi quel tempo appare lontano, offuscato da una crisi senza precedenti, che investe ogni settore della vita sociale della nostra regione.
E’ lo stesso assetto politico e istituzionale della Sardegna ad apparire invecchiato, appesantito, lontano dai processi decisionali che contato. Il Partito Democratico della Sardegna deve cogliere il senso di questa sfida ed essere il principale attore di questo “rinascimento culturale” che fa dell’innovazione e delle nuove tecnologia nel campo del sapere, dell’informazione e della produzione i tratti salienti e distintivi del proprio essere. Sono questi gli elementi virtuosi che hanno portato la coalizione di centrosinistra, - progressista, democratica e riformista – a risvegliare la coscienza dei Sardi in una stagione che ha prodotto straordinari risultati anche dal punto di vista emozionale.
Questi aspetti, sospinti da una grande voglia di cambiamento e dalla partecipazione delle nuove generazioni, li abbiamo ritrovati, con sfumature diverse, nelle ultime elezioni amministrative dove si è registrata l’affermazione netta della coalizione di centrosinistra.
Per tali ragioni il Partito Democratico della Sardegna deve promuovere la formazione dei giovani, dando a questi ultimi l'opportunità di crescere. Il punto di partenza è la propria identità, da utilizzare come risorsa e non come ostacolo, come strumento per trovare una terza via tra l'accomodarsi in un triste "conosciuto" e l'abbandono della propria terra.
Il rinnovamento non va inteso come un facile slogan dal sapore giovanilistico. Il rinnovamento è innanzitutto cambiamento di prospettiva, apporto di nuove idee e stimoli capaci di offrire una nuova chiave di lettura della società. Capire e interpretare le profonde trasformazioni, spesso epocali, che attraversano i contesti in cui si agisce consente di definire al meglio il senso del rinnovamento che il Pd della Sardegna dovrà far proprio. E’ inevitabile che tale espressione non si esaurisce nel semplice dato anagrafico, indicativo ma non esaustivo.
Per certi aspetti bisogna intraprendere quella strada che la classe dirigente autonomistica fu capace di promuovere negli anni '70-’80, mettendo in campo una nuova generazione di quadri che, negli anni, purtroppo non ha mostrato la stessa generosità coi propri figli.
Il progetto politico-culturale del Pd della Sardegna deve innescare nuovi e autonomi meccanismi di partecipazione democratica. Non si tratta di mettere in discussione la forma partito. Si chiede anzi di rafforzarne la funzione con uno sguardo rivolto all’esterno.
Il partito non può essere considerato come luogo di “soli iscritti” ma di uomini e donne che, sulla base di un patrimonio comune, si riconoscono nei principi fondanti del Partito Democratico. Un partito aperto alla società civile e alle nuove forme di comunicazione sociale che con il tempo hanno acquistato un ruolo sempre più pregnante nella partecipazione democratica del paese.
I partiti, da questo punto di vista, al pari delle Istituzioni, non possono ritenersi luoghi esclusivi del fare politica e non devono sottrarsi alle proprie responsabilità. Devono assumere un ruolo di promozione, di inclusione, rifuggendo da ogni tentazione autoreferenziale e di autoconservazione.
Questa è la sfida che il PD della Sardegna deve lanciare all’intero sistema politico isolano, assumendosi la responsabilità di aprire da un lato una nuova stagione autonomistica regionale, dall’altro costruendo un nuovo progetto capace di mettere assieme i tanti riformismi presenti nelle culture politiche della Sardegna.
Sotto il profilo meramente organizzativo, senza anticipare una discussione che dovrà coinvolgere tutti, il PD della Sardegna è un partito federato con quello nazionale, che sceglie la propria forma organizzativa in modo autonomo.
Le scelte verranno prese dai, nei e per i territori.
La Sardegna guarda con estrema attenzione a quanto sta accadendo in altre regioni, a partire dalla Sicilia. Il congresso nazionale del Pd ha avuto fino a oggi il cuore e la testa al nord, ignorando spesso la “questione del sud” come residuale rispetto alle rivendicazioni che si registrano nel panorama politico nazionale.
Il Partito Democratico della Sardegna non ha forme di iscrizione a livello nazionale ma soltanto di semplice adesione, come accade negli Stati Uniti d’America. Ci si iscrive al partito sardo senza che ciò comporti l’automatica adesione a quello nazionale, al quale si potrà aderire soltanto in base a una dichiarazione espressa.
Una modalità che ricalca la formula adottata per la doppia adesione al Partito Democratico in Italia e al PSE a livello europeo. Il rapporto federale con il partito italiano necessita di regole chiare non solo per quanto riguarda il livello partecipativo, ma anche la definizione di ruoli e funzioni.
Lo stesso Statuto, pur rimanendo nei principi costitutivi del PD, dovrà essere una carta di regole completamente autonome e non limitarsi ad essere un insieme di norme che colmano ristrettissimi spazi residuali.
Al suo interno le elezioni primarie dovranno essere un metodo irrinunciabile non solo per la scelta dei dirigenti e per le candidature, quanto, soprattutto per la definizione della linea politica e per esprimere orientamenti su contenuti ben precisi. Se così non fosse, un grande strumento di partecipazione, quale sono appunto le primarie, si rivelerebbe di "quote azionarie interne" mortificante ed espressione dell'esatto contrario di una democrazia partecipata e partecipativa.
Sono 3 i principi che le elezioni primarie dovranno rispettare:
la rappresentanza di genere;
la rappresentanza dei territori;
il pluralismo delle candidature.
Le primarie dovranno consentire il voto anche ai cittadini non iscritti al partito ma potenzialmente sostenitori dei suoi candidati. Gli elettori per votare a questo tipo di primarie dovranno iscriversi in un apposito “registro”. L’iscrizione potrà aver luogo in qualità di “aderente” o indipendente”.
Con le elezioni primarie si promuove la massima partecipazione dei cittadini alla scelta dei candidati alle cariche interne e a quelle pubbliche proprio perché si definisce una linea politica sulla base di un programma che viene scelto dagli elettori e non dalle segreterie dei partiti.
Anche il tesseramento dovrà essere aperto e non gestito secondo la logica delle “quote interne” e delle correnti. Dovrà essere garantita grande libertà alle adesioni on-line alle quali dovrà essere assicurata massima autonomia di partecipazione, sottraendole dall'essere solo “un semplice metodo di iscrizione”.
Tale adesione consentirà piena partecipazione alla vita del Partito Democratico della Sardegna, anche al di fuori del proprio comune di residenza, e permetterà di costituire circoli on-line e di organizzare iniziative tematiche in piena autonomia.










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