Relazione introduttiva del segretario Silvio Lai
Baradili, 28 Ottobre 2011
I. Oltre la crisi. Trasformazione, cultura del limite e orgoglio i valori necessari.
1. Il fallimento del centrodestra nel Paese tanto quanto quello di questa coalizione regionale, costruita per abbattere un progetto e una prospettiva e non per costruirne un’altra è evidente anche se non è bene sottovalutare nessuno.
Mi sono domandato spesso in questi giorni a chi guardano le persone che vedono questo fallimento, se non a noi, e come ci giudicano.
Cosa vedono? Un gruppo dirigente che spesso affronta e si confronta anche violentemente ma non sulle cose, non sulle scelte che sarebbero da fare e da proporre, ma in un continuo rincorrerci tra limiti di mandato e congressi, in un continuo posizionarci per il potere e non per esercitarlo su obiettivi e progetti. È anche per questo poi che tra il potenziale del Partito Democratico, il 44% degli elettori e il voto reale c’è poi una differenza sinora così evidente.
Per questo abbiamo deciso di partire per il lungo cammino del programma da Baradili sino a Cagliari, convinti che l’incontro tra il gruppo dirigente diffuso e i cittadini, i nostri militanti non sia scontato e per il cambiamento necessario, si debba costruire un condivisione ,ascoltando anche le cose scomode e non riducendoci a parlare solo agli elettori di ognuno.
Non per buonismo o per qualunque altro degli innumerevoli difetti che ci attribuiamo ma perché non viviamo una fase semplice e può prevalere in noi e fra i cittadini l’idea che non possiamo farcela e che neanche ci proviamo a guardare oltre l’orizzonte, a sfidare la miopia che rende difficile guardare lontano e obbliga a vedere solo molto vicino al naso, quando affrontiamo i temi della politica e della quotidianità. Perché pensiamo solo ai nostri destini individuali.
Come democratici sardi ci vogliamo provare, non siamo rassegnati, crediamo nella politica e crediamo che la politica possa fare molto per cambiare e lottare contro la rassegnazione.
2. Siamo dentro la crisi, fino in fondo. A disuguaglianze sempre più profonde la politica non risponde con maggiore sicurezza, con l’estensione e l’aumento dei diritti ma con la loro compressione, con una loro attenuazione o cancellazione, con la messa in discussione anche di quelli acquisiti. Sono messi oggi in discussione i diritti del secolo breve, i diritti sociali (leggiamo anche in questo modo gli impegni presi dal nostro Governo in Europa su pensioni, licenziamenti e pubblico impiego, impegni presi nella debolezza mai così evidente).
Forse perché noi sardi siamo stati abituati a dirci e sentirci sempre in crisi, quasi l’abbiamo considerata come qualcosa che avrebbe colpito gli altri, che peggio di così non poteva ridurci. E anche da noi ha colpito le persone e i settori più fragili, quelli dipendenti dalle fluttuazioni delle monete e dai monopoli come chi lavora nella pastorizia, e le piccole imprese quelle meno patrimonializzate e più esposte all’ingiuria del credito dopo Basilea, e alla violenza dell’iniziativa di Equitalia.
Ora ci siamo entrati sino in fondo, ci sono i grandi numeri che ci volano sulle teste, ci lasciano attoniti, almeno per la mezza giornata del tempo che dura una cronaca ,poi ci riprendiamo pensando che non ci sia nulla da fare. Eppure viene difficile evitare di confrontarsi, temere, evitare il malessere che intorno a noi si sviluppa.
3. È stato tra i primi Benedetto XVI a dire che non si poteva attraversare questa crisi senza uscirne profondamente cambiati. Poi Obama ci ha ricordato che in ogni crisi c’è un’opportunità. Giorgio Napoletano ci ha invitato a coglierla tenendo unito il Paese nato dalla Resistenza in ogni sforzo singolo e collettivo e Baumann ci ha detto che dovremo essere migliori nel mondo dopo la crisi.
E chi tenti di non farlo, chi tenti di evitarlo pensando di scamparla di lasciare tutto così o è un privilegiato o rischia solo di essere un alieno, un borghese superato dagli eventi e dalla storia se non un autistico che non si relaziona con la ruvidità della realtà.
Diventare migliori, cogliere l’opportunità e cambiare rafforzando la coesione.
Sarà un problema solo del Paese, o solo dell’Europa? Oppure la crisi ci chiede di affrontare una nuova direzione che riguarda anche noi, la nostra isola, il nostro esistere e abitare e il nostro essere parte di un modello, quello europeo che ha dato i natali all’umanesimo ma l’ha pensato solo per se, dentro i limitati confini di un popolo e di qualche generazione?
II. Introdurre una cultura del limite. Aggredire gli eccessi
4. Ciò che abbiamo di fronte è un labirinto globale da cui possiamo uscire cambiando in meglio, tenendo lo sguardo avanti e ancorandoci ad alcune coordinate.
I fallimenti del mercato ci inducono a ripensare le letture quantitative della realtà, a partire dal Pil. Una società fragile si avvantaggia e cresce solo se applica in maniera nuova i principi di coesione e di giustizia distributiva, si avvantaggia dalla cooperazione piuttosto che dalla competizione, da uno sviluppo solidale che genera capitale sociale piuttosto che consentirne la diminuzione e la perdita di fiducia.
Persino la genetica ci dice che la competizione ostile è un’anomalia nell’uomo che già da bimbo tende invece alla cooperazione all’altruismo.
Sappiamo bene cosa ci frena, una inera generazione esclusa, un sistema scolastico che esclude, le infrastrutture inadeguate, le risorse spese male, scelte industriali rinviate, una pubblica amministrazione lenta e inefficiente e una politica che non assume decisioni, una storica accondiscendenza alle soluzioni esterne, dagli industriali del latte a quelli della chimica abbiamo spesso rinviato ad altri il nostro benessere. Ma questa crisi non è affrontabile con l’elenco della spesa e i soliti correttivi.
Dobbiamo elaborare un pensiero nuovo, che aggiorni la visione della società e della crescita, che riporti in primo piano il valore di beni pubblici e collettivi, delle reti sociali di solidarietà, di consumi contenuti e selezionati dei beni comuni, dall’acqua, alla terra, all’energia e alle energie, quelle delle persone.
La sfida che dobbiamo cogliere è introdurre una nuova cultura del limite.
Significare aggredire gli eccessi, dell’uomo sull’ambiente e viceversa, della politica e della pubblica amministrazione sull’uomo, in definitiva dell’uomo sull’uomo.
5. E’ su questo terreno che una nuova cultura del limite affronta e prende in carico una nuova sovranità, che non è delle istituzioni sulle persone ma di una collettività che si carica di un autogoverno, di un limite come responsabilità piena, non distanza irraggiungibile ma confine di uno spazio da occupare sino in fondo, pienamente.
Non servono passi indietro ma passi avanti, verso l’innovazione, la creatività, serve più conoscenza e consapevolezza, serve più delicatezza persino, serve più politica per questo, con partiti nuovi, organizzati nei territori, quelli umiliati dal centralismo regionale, capaci di promuovere partecipazione alle decisioni ma di fare sintesi. Servono partiti consapevoli di non essere depositari di tutti i poteri, che sono nei tanti corpi intermedi, tradizionali o meno, ma di avere la responsabilità di farli esprimere regolandoli. Ecco questo è un altro limite.
Penso al limite che si deve porre nel sistema pubblico su compensi e stipendi e dal sistema pubblico verso la selezione di soggetti economici etici, verso aziende con un bilancio sociale e un comportamento etico dichiarato, oppure con bandi e appalti che mettano il limite del coinvolgimento e il protagonismo dei giovani come vincolo per l’affidamento di un progetto e di un’opera.
Non serve solo in Sardegna, ma da noi possono esserci le condizioni ideali perché un nuovo pensiero del limite, del personalismo e della comunità, dell’aggressione agli eccessi, generi una nuova economia dell’equilibrio, dell’ampliamento della disponibilità di beni collettivi, dell’utilizzo dei beni naturali senza degradarne lo stock, che punti e misuri i risultati sul benessere di ognuno piuttosto che sulla ricchezza generale, del lavoro diffuso piuttosto che della quantità di reddito globale.
Una nuova cultura del limite che riduca le disuguaglianze e produca un’economia dell’equilibrio. Forse non è attraente nella cultura di oggi ma è giusto.
III. Oltre la retorica delle zone interne per uno sviluppo integrale
6. È in questo contesto che il Partito Democratico in Sardegna affronta Baradili come avvio di un percorso ma anche con la forza della scelta delle comunità rurali come un bene comune. Perché è nella disuguaglianza tra città e territori rurali che dobbiamo subito fare i conti nell’applicare una nuova cultura del limite. Perché solo affrontando quest’equazione, quella del rischio ciambella, della città lineare delle coste, rigonfia per due mesi, teniamo in piedi la Sardegna.
Quella a cui vogliamo bene, quella che, come a casa le cose più belle, amiamo mostrare a chi non la conosce e che stimiamo possa apprezzarla e rispettarla.
Lasciare crescere un’urbanizzazione incontrollata sta portando all’estinzione delle diversità, di quelle comunità rurali che sono il luogo della memoria e della biodiversità e oggi dell’abbandono, con gli effetti demografici che rendono irreversibili i processi.
Io temo che se succede questo, senza quella parte di noi, il resto è appiattito in servizi ad una popolazione che invecchia o in un turismo massificante, da bimestre estivo o poco più.
A Baradili per far emergere idee e metodi nuovi e per dire alcune cose nette partire.
Primo. La stagione delle zone interne è finita non solo sotto il profilo lessicale. Lo ha scritto qualcuno di voi su fb e non modifico nulla.
“L'ampliamento dell'area di crisi a tutte le aree rurali della Sardegna amplia il discorso e tende a rendere il problema, problema non territoriale, ma di popolo. Anche perchè non ho mai capito che differenza c'è, dal punto di vista dei problemi, fra la Barbagia e la Marmilla, fra l'Anglona e il Sarcidano. Fra Illorai e Sadali quali sono le differenze? Fra Bortigiadas e Baradili, o Bultei o Orune?
Secondo. Lo sviluppo industriale come soluzione alle aree rurali va archiviato. Rifiutiamo di considerarci ancora all’interno delle conclusioni della commissione Medici, quando afferma la necessità di "un integrale piano di sviluppo capace di investire in pieno il mondo agro-silvo-pastorale", puntando innanzitutto su un programma di industrializzazione che investa "tutta la vita culturale e sociale delle comunità barbaricine".
Di quella fase prendiamo almeno la parte che c’è stata, un’evoluzione sociale e civile, 40anni di stipendi ma anche la cancellazione della fase di rafforzamento della piccola e media impresa che nelle comunità stava per intraprendere quel percorso, omogeneamente a regioni simili alla nostra, dalla Toscana al Friuli.
Oggi diciamo che quella non più è la soluzione né che quello è oggi un problema. Da oggi usciamo dalla retorica un po’ mistica delle zone interne e affermiamo come l’insieme delle aree rurali non siano più un problema di quanto siano una grande e irrinunciabile risorsa.
Terzo. La divisione coste-aree rurali esiste, sappiamo di avere risorse che stanno sul mare e sono ricercate dal sistema turistico, ma sappiamo che non è solo con quello e da quello che diamo futuro nè al settore nè all’insieme dell’isola.
Quarto. Il processo di spopolamento e impoverimento delle aree rurali è dovuto ad un insieme di fattori che sono aggredibili e in larga parte sensibili alle azioni politiche che si mettono in campo in anticipo sui tempi,per cui serve una politica dallo sguardo lungo, presbite.
IV. Per un’economia dell’equilibrio: un patto tra generazioni e tra città e paesi
7. In questo secolo abbiamo lasciato che in Sardegna si producesse una mostruosa redistribuzione delle persone e delle risorse economiche dalle aree rurali alle città e ora avviene a vantaggio di pochissime polarità urbane.
Se la politica continua a consentire questo, ogni dichiarazione, ogni impegno a favore dell’identità, della diversità, della peculiarità della Sardegna ma anche di un suo sviluppo radicato e equilibrato resterà tale, una promessa e basta. Ma a noi non basta più come non basterà continuando questo percorso accontentarci di alcuna delle disuguaglianze che scopriremo.
Oggi la scelta è un'altra.
Abbiamo e stiamo abusando del pianeta. Lo dicono le reazioni tropicali del tempo in Italia, gravissime come quelle liguri e toscane alle quali va il nostro pensiero e sostegno come in Sardegna dove si moltiplicano gli episodi di tropicalizzazione del tempo e del territorio e già oggi i ragazzi vivono stagioni diverse dalle nostre.
In questa isola molti hanno abusato degli spazi e del territorio e occorre che ridiventi compito e patrimonio condiviso la difesa dagli eccessi.
Dobbiamo trasformare le intuizioni in una direzione precisa delle politiche di sviluppo e di convivenza, accettare la fotografia di una realtà stratificata e immaginare cosa serve per una Sardegna diversa nei prossimi 20 anni. Una Sardegna che sappia tenere insieme paesi e città, aree rurali ed aree urbane, che non sia condannata a decrescere ed invecchiare, che non continui ad essere ingiusta.
8. Anche se non pensassimo ad una scelta di questa isola come una grande green valley, le potenziali linee per uno sviluppo sostenibile passano tutte attraverso strade che richiedono una coerenza sulla linea duale ambiente-sviluppo.
A destra non esiste il conflitto e questo è risolto dalla scelta che subordina l’ambiente in tutto e per tutto. Noi che diciamo, abbiamo dubbi, pensiamo che siano incompatibili e che uno prevarichi sull’altro?
Io penso che le cose non siano meglio degli uomini e degli animali e che si possa tenere insieme sviluppo e ambiente. Che noi siamo in grado di farlo facendo scelte coerenti. Un esempio: il Galsi. Lo dico con nettezza: si guardi se c’è il tempo di spostare di qualche chilometro la via d’uscita verso la Toscana, ma il Partito Democratico in Sardegna è perché la metanizzazione della Sardegna anche se in ritardo di 40 anni rispetto al resto d’Italia (e d’Europa) sia fatta.
9. Ma è sulla strada del piccolo e del locale che dobbiamo misurare queste scelte strategiche.
Le guerre del mondo nel futuro saranno su cibo e acqua, dopo quelle sull’energia, che non verrà dai combustibili fossili. Ma non saranno il sole e il vento a far volare gli aerei ma i combustibili di origine vegetale che non dovranno occupare gli spazi dell’agricoltura per il cibo.
La terra oggi in Sardegna non vale nulla, dai 20.000 euro del costo massimo ad ettaro si scende sino a 3-4000 euro anche per zone coltivabili. A questi prezzi il rischio che, chi la paga sino un milione ad ettaro come in Friuli o in Piemonte acquisti le superfici in Sardegna è elevatissimo.
Circa l’80 delle terre irrigue sono non più utilizzate, gli ettari occupati dal grano sono calati in dieci anni del75%, cala il numero dei capi ovini al ritmo del 10% annuo, nel frattempo le nostre iniziative per svecchiare il sistema agricolo sono paralizzate da una Giunta inadeguata.
Se pensiamo al fatto che tra le produzioni sarde dell’agroalimentare e quelle esterne la differenza è solo di pochi centesimi resi tali dalla grande distribuzione e che noi dipendiamo per in larga maggioranza dall’importazione è chiaro che ci troviamo davanti a un quadro in cui la politica può fare molto.
Io non riesco a non vedere le nuove strategie dello sviluppo nell’agroalimentare, nella filiera del mare, dalla pesca alla nautica, nella filiera del legno e dei boschi, in quello della qualità ambientale e un sistema industriale che si basi largamente su questee sull’innovazione e sulla peculiarità. Siamo un’isola di veri e propri giacimenti naturali che non sono replicabili, occorre una strada fatta di politiche che siano rafforzative, responsabili e non interventi a fondo perduto sullo sfondo di un preciso cambiamento strategico sotto il profilo culturale e sotto il profilo politico introducendo scelte coraggiose nel quadro istituzionale.
10. Cambiarla sotto il profilo culturale significa inseguire anche qualche sogno impossibile. Lo era la Tobin tax che oggi è condivisa, lo sta diventando la cultura del kilometro zero, lo può diventare una iniziativa che veda la Sardegna puntare a una ridemocratizzazione delle produzioni e dei consumi con l"utopia concreta" di una democrazia alimentare.
Si può rafforzare l’idea di una democrazia energetica, recuperando il maltolto di due anni di cricca, che renda conveniente l’abitare le aree rurali (le smartgrid, come lo sharing locale sono soluzioni praticabili facilmente).
Si può lavorare su un potenziamento di reti e servizi familiari in un patto generazionale tra anziani e giovani famiglie, che percorra strade innovative differenti dai servizi tradizionali. La messa in comune di risorse anziane e bisogni giovani in servizi sperimentali all’infanzia, o di risorse di assistenza che badano, nello stesso luogo, a generazioni distanti ma che si possono arricchire reciprocamente, facendo uscire dalla solitudine e dall’oblio, quando non anche dall’idea che la vecchiaia sia meglio non conoscerla. Isili lo ha iniziato a sperimentare in queste settimane.
11. Va esplorato anche un nuovo rapporto tra territori e città, perché queste sono il luogo finale di servizi che spostano grandi risorse dell’economia familiare dalle aree rurali, favorendo il distacco. A Pattada un gruppo di giovani democratici ha calcolato che ogni anno le famiglie pattadesi spostano 240.000 euro tra Sassari e Cagliari solo per pagare case in affitto per 200 studenti universitari locali. Tanto quanto potrebbe essere gran parte del costo di un mutuo per un’iniziativa di housing sociale che costituirebbe una forma di servizio di quella comunità ai suoi studenti. È solo una fantasia pensare ad un nuovo rapporto tra territori e città universitarie che tenga conto dei legami da salvaguardare? Ci si può spingere oltre? Penso di si.
Penso a come è cambiata Alghero con la sua Facoltà di architettura e al fatto che non si tiene l’attuale modello delle due università non cooperative e che serve lavorare per un polo coordinato.
Penso che alle prospettive demografiche negative per la Sardegna si risponda in parte con politiche per la natalità e in parte con politiche per rendere attraente l’immigrazione, che vanno fatte coraggiosamente. Lo richiede la struttura sociale, così come lo richiede l’economia e la prospettiva di uno sviluppo che riparte dal territorio. È un’altra fondamentale priorità che ha bisogno di un quadro regionale e, anche qui di un protagonismo consapevole locale.
V. Serve un deciso cambio di prospettiva istituzionale e amministrativa
12. Esplorare queste strade ha un senso solo se esiste un deciso cambio di marcia sotto il profilo istituzionale e amministrativo. Occorre capovolgere la prospettiva di costruzione delle nostre istituzioni cogliendo l’occasione che ci viene data.
Su partecipazione e rappresentanza nelle piccole comunità occorre una premessa. Per la destra al governo, e non solo per la destra, la partecipazione sembra rappresentare soltanto un costo.
Lo smantellamento degli strumenti di partecipazione, di programmazione negoziata, di progettazione partecipata, lo svuotamento e la mutilazione delle assemblee rappresentative negli enti locali ne sono una prova visibile, che va ben oltre l’obiettivo dichiarato dei risparmi.
Anche in Sardegna, il verticismo indotto dalle personalizzazioni della politica non corrisponde quasi mai all’obiettivo di assicurare incisività e stabilità all’azione amministrativa quanto alla costruzione di carriere personali consentite dalla frammentazione dei partiti e dalle piccole province.
Noi siamo per rafforzare la partecipazione. È il tempo di introdurre ovunque nuove forme di democrazia diretta e partecipata da affiancare alla democrazia rappresentativa, rendendo agibili e semplici gli strumenti come il bilancio partecipato e l’accesso agli atti a tutti i livelli, sperimentando un rapporto diverso tra elettori ed esecutivi e tra esecutivi e consigli, con pratiche di costruzione partecipata delle azioni demandate all’esecutivo, introducendo strumenti che tengano conto ed utilizzino processi di formazione dell’opinione pubblica costanti non solo al momento del voto.
Soltanto il PD, con il centrosinistra, può avere l’ambizione e la forza di realizzare questo progetto. Soltanto un soggetto popolare e radicato può avere l’ambizione di affrontare la sfida, l’unica alternativa alla personalizzazione e alle sue involuzioni plebiscitarie, facili ad attecchire dove le strutture democratiche o le identità, anche progettuali, sono più deboli.
13. Secondo gli studi degli economisti della Banca D’Italia, leggendo i dati che riguardano lo sviluppo del mezzogiorno, nel quale siamo pienamente inseriti, i ritardi nello sviluppo sono figli di una minore qualità istituzionale non di minori risorse. Non occorre aggiungere altro.
Se questo è vero occorre maggiore partecipazione e maggiore trasparenza non una riduzione di essa, occorre passare dalla contrattazione dei finanziamenti su base subordinata tra sindaci e regione alla valutazione delle politiche locali e della loro realizzazione, occorre dotare le istituzioni locali di maggiore efficienza amministrativa, elaborando proposte che applichino i principi che rappresentiamo, a partire dell’avvicinare decisione amministrativa e valutazione del cittadino.
Per dare solidità alla scelta di dare un futuro alle comunità rurali penso dobbiamo confermare la strada che abbiamo sviluppato con la legge 12 del 2005, quella delle unioni dei comuni, e farla evolvere con coraggio e determinazione.
Di fronte alla sfida che proviene dai decreti del Governo noi non rinunciamo a niente della rappresentanza e della democrazia partecipativa delle piccole comunità. Per noi devono restare sindaci e consiglio comunale, deve essere rafforzato e vitalizzato ogni strumento di partecipazione.
Ma ad istituzioni vitali e partecipate devono corrispondere pubbliche amministrazioni efficienti e organizzate, responsabilità di spesa e livelli di rappresentanza correlati.
14. La strada che dobbiamo imboccare è che le unioni dei comuni si possono ulteriormente evolvere diventando titolari dei servizi più complessi, della programmazione del territorio e della gestione totale delle risorse destinate. Allo stesso livello devono essere istituite agenzie dedicate per lo sviluppo locale, dotate di un bilancio di scopo e della gestione dei fondi europei distribuiti su quel territorio, operando la selezione trasparente a quei livelli (anche rafforzando ciò che c’è).
La spesa accentrata, il funzionamento per bandi a livello regionale ha fallito.
Possono essere i livelli locali, strutturati in maniera innovativa a gestire la pianificazione e la spesa per accorciare la distanza da chi deve utilizzare le risorse e ridurre i tempi. E onestamente non funzionano neanche le mostruose macchine regionali di assistenza tecnica (in agricoltura per esempio), vanno divise, riportate sul campo e a diretto rapporto degli utenti e possono essere riarticolate nella stessa rete.
Si può passare in Sardegna da 377 centri di costo comunali spesso deboli di fronte ai livelli amministrativi superiori a 30-40 centri di costo, dotati di competenze e professionalità elevate, mantenendo le istituzioni comunali singole che opererebbero sui servizi di base. Si potrebbe riportare a quel livello ogni soggetto intermedio di livello subprovinciale o provinciale ed avere un luogo unico di coordinamento, decisione e operatività che oggi è diviso tra Gal, distretti sociosanitari, comunità montane, unioni comunali, sportelli e progetti vari o altro.
15. Penso anche alla possibilità di un esperimento forte ed evocativo, che le 40 agenzie locali delegate allo sviluppo e all’utilizzo dei fondi europei siano dotate di direzioni di mandato, fiduciarie e che siano affidate a 40 giovani sardi rientrati con il master and back sullo sviluppo locale formati nelle migliori università europee.
In sintesi immagino un’autorità amministrativa di territorio con una popolazione di almeno 20.000 abitanti che fa 4 cose:
- coordina le funzioni complesse aggregate dei comuni, dai piani urbanistici ai punti unici di accesso per i servizi alla persona agli sportelli unici per le imprese, e governa le risorse umane messe in comune,
- che gestisce alcune funzioni oggi in capo alle province ma più connesse con lo sviluppo locale, come quelle legate al mercato del lavoro e all’istruzione media e superiore con la formazione,
- a cui fanno capo servizi di assistenza tecnica riaggregati per territorio e in capo alle agenzie oggi regionali, dall’agricoltura, all’artigianato, al turismo
- da cui dipende un’agenzia per lo sviluppo territoriale che è autorità locale delegata per la spesa europea.
16. Ad un tale livello di organizzazione vanno introdotti accorgimenti perché tra politica e amministrazione non ci siano dislivelli nei poteri e nella rappresentanza.
Dobbiamo riflettere sulla possibilità di un’elezione diretta e contemporanea del presidente dell’Unione dei comuni e dei sindaci delle comunità che fanno capo al bacino ottimale individuato, perchè il rapporto con un unico segretario comunale, con un direttore dei servizi e capo dell’amministrazione e con una figura direzionale per lo sviluppo abbiano un rapporto fiduciario con un livello politico dotato di rappresentanza diretta, piuttosto che di secondo livello come attualmente previsto.
17. Nello stesso tempo siamo interrogati dalla sfida di una nuova legge elettorale regionale che non sia quella possibile oggi, essendo il Pd temporaneamente all’opposizione in Sardegna ma quella coerente e omogenea con una nuova organizzazione di territorio che metta sullo stesso piano città e aree rurali e che di queste non faccia solo il serbatoio d’ossigeno ma un luogo dove vale la pena di abitare.
Penso per questo una legge elettorale, coerente con un disegno di rafforzamento dei territori, debba prevedere l’istituzione di collegi uninominali connessi al bacino ottimale individuato o alla somma di più bacini. Non necessariamente tutto il nuovo consiglio regionale, che va pensato nel numero di 50 consiglieri e in un esecutivo di 8, deve essere eletto per collegi anzi giudico ragionevole che un certo numero di rappresentanti si possa selezionare attraverso liste regionali, naturalmente rendendo obbligatorie per legge, le primarie per entrambe le modalità elettive.
La Sardegna usata e abbandonata
18. Con Merkel e Sarkozy che ridevano di Berlusconi e dell’Italia, avremmo avuto bisogno di un altro orgoglio, ma siamo un Paese stremato.
Così anche noi avremmo avuto bisogno in questi due anni di un altro orgoglio per non perdere le opportunità che avevamo acquisito e per non lasciare l’isola usata e abbandonata.
Dobbiamo ritrovarlo, dobbiamo ritrovare l’orgoglio e la credibilità di rappresentare l’autonomia, di farlo come classe dirigente, di recuperare la credibilità che quest’isola ha avuto sempre, salvo questa legislatura e la difficilissima fase dei primi anni 2000. Con l’orgoglio e la credibilità possiamo assumere decisioni sapendo che è più facile subirle che guidarle e gestirle.
Baradili è un luogo di ascolto ma non possiamo sottrarci anche dal dire su cosa e da quali posizioni ci poniamo perchè l’ascolto sia un confronto. Questo è un tentativo di rappresentarle anche senza che siano oggetto di un’infinita trattativa interna ma perché siano messe a disposizione di una riflessione dei democratici tutti.
Al servizio, per mettere la Sardegna e il Paese prima di tutto.
Baradili, 28 Ottobre 2011
I. Oltre la crisi. Trasformazione, cultura del limite e orgoglio i valori necessari.1. Il fallimento del centrodestra nel Paese tanto quanto quello di questa coalizione regionale, costruita per abbattere un progetto e una prospettiva e non per costruirne un’altra è evidente anche se non è bene sottovalutare nessuno.
Mi sono domandato spesso in questi giorni a chi guardano le persone che vedono questo fallimento, se non a noi, e come ci giudicano.
Cosa vedono? Un gruppo dirigente che spesso affronta e si confronta anche violentemente ma non sulle cose, non sulle scelte che sarebbero da fare e da proporre, ma in un continuo rincorrerci tra limiti di mandato e congressi, in un continuo posizionarci per il potere e non per esercitarlo su obiettivi e progetti. È anche per questo poi che tra il potenziale del Partito Democratico, il 44% degli elettori e il voto reale c’è poi una differenza sinora così evidente.
Per questo abbiamo deciso di partire per il lungo cammino del programma da Baradili sino a Cagliari, convinti che l’incontro tra il gruppo dirigente diffuso e i cittadini, i nostri militanti non sia scontato e per il cambiamento necessario, si debba costruire un condivisione ,ascoltando anche le cose scomode e non riducendoci a parlare solo agli elettori di ognuno.
Non per buonismo o per qualunque altro degli innumerevoli difetti che ci attribuiamo ma perché non viviamo una fase semplice e può prevalere in noi e fra i cittadini l’idea che non possiamo farcela e che neanche ci proviamo a guardare oltre l’orizzonte, a sfidare la miopia che rende difficile guardare lontano e obbliga a vedere solo molto vicino al naso, quando affrontiamo i temi della politica e della quotidianità. Perché pensiamo solo ai nostri destini individuali.
Come democratici sardi ci vogliamo provare, non siamo rassegnati, crediamo nella politica e crediamo che la politica possa fare molto per cambiare e lottare contro la rassegnazione.
2. Siamo dentro la crisi, fino in fondo. A disuguaglianze sempre più profonde la politica non risponde con maggiore sicurezza, con l’estensione e l’aumento dei diritti ma con la loro compressione, con una loro attenuazione o cancellazione, con la messa in discussione anche di quelli acquisiti. Sono messi oggi in discussione i diritti del secolo breve, i diritti sociali (leggiamo anche in questo modo gli impegni presi dal nostro Governo in Europa su pensioni, licenziamenti e pubblico impiego, impegni presi nella debolezza mai così evidente).
Forse perché noi sardi siamo stati abituati a dirci e sentirci sempre in crisi, quasi l’abbiamo considerata come qualcosa che avrebbe colpito gli altri, che peggio di così non poteva ridurci. E anche da noi ha colpito le persone e i settori più fragili, quelli dipendenti dalle fluttuazioni delle monete e dai monopoli come chi lavora nella pastorizia, e le piccole imprese quelle meno patrimonializzate e più esposte all’ingiuria del credito dopo Basilea, e alla violenza dell’iniziativa di Equitalia.
Ora ci siamo entrati sino in fondo, ci sono i grandi numeri che ci volano sulle teste, ci lasciano attoniti, almeno per la mezza giornata del tempo che dura una cronaca ,poi ci riprendiamo pensando che non ci sia nulla da fare. Eppure viene difficile evitare di confrontarsi, temere, evitare il malessere che intorno a noi si sviluppa.
3. È stato tra i primi Benedetto XVI a dire che non si poteva attraversare questa crisi senza uscirne profondamente cambiati. Poi Obama ci ha ricordato che in ogni crisi c’è un’opportunità. Giorgio Napoletano ci ha invitato a coglierla tenendo unito il Paese nato dalla Resistenza in ogni sforzo singolo e collettivo e Baumann ci ha detto che dovremo essere migliori nel mondo dopo la crisi.
E chi tenti di non farlo, chi tenti di evitarlo pensando di scamparla di lasciare tutto così o è un privilegiato o rischia solo di essere un alieno, un borghese superato dagli eventi e dalla storia se non un autistico che non si relaziona con la ruvidità della realtà.
Diventare migliori, cogliere l’opportunità e cambiare rafforzando la coesione.
Sarà un problema solo del Paese, o solo dell’Europa? Oppure la crisi ci chiede di affrontare una nuova direzione che riguarda anche noi, la nostra isola, il nostro esistere e abitare e il nostro essere parte di un modello, quello europeo che ha dato i natali all’umanesimo ma l’ha pensato solo per se, dentro i limitati confini di un popolo e di qualche generazione?
II. Introdurre una cultura del limite. Aggredire gli eccessi
4. Ciò che abbiamo di fronte è un labirinto globale da cui possiamo uscire cambiando in meglio, tenendo lo sguardo avanti e ancorandoci ad alcune coordinate.
I fallimenti del mercato ci inducono a ripensare le letture quantitative della realtà, a partire dal Pil. Una società fragile si avvantaggia e cresce solo se applica in maniera nuova i principi di coesione e di giustizia distributiva, si avvantaggia dalla cooperazione piuttosto che dalla competizione, da uno sviluppo solidale che genera capitale sociale piuttosto che consentirne la diminuzione e la perdita di fiducia.
Persino la genetica ci dice che la competizione ostile è un’anomalia nell’uomo che già da bimbo tende invece alla cooperazione all’altruismo.
Sappiamo bene cosa ci frena, una inera generazione esclusa, un sistema scolastico che esclude, le infrastrutture inadeguate, le risorse spese male, scelte industriali rinviate, una pubblica amministrazione lenta e inefficiente e una politica che non assume decisioni, una storica accondiscendenza alle soluzioni esterne, dagli industriali del latte a quelli della chimica abbiamo spesso rinviato ad altri il nostro benessere. Ma questa crisi non è affrontabile con l’elenco della spesa e i soliti correttivi.
Dobbiamo elaborare un pensiero nuovo, che aggiorni la visione della società e della crescita, che riporti in primo piano il valore di beni pubblici e collettivi, delle reti sociali di solidarietà, di consumi contenuti e selezionati dei beni comuni, dall’acqua, alla terra, all’energia e alle energie, quelle delle persone.
La sfida che dobbiamo cogliere è introdurre una nuova cultura del limite.
Significare aggredire gli eccessi, dell’uomo sull’ambiente e viceversa, della politica e della pubblica amministrazione sull’uomo, in definitiva dell’uomo sull’uomo.
5. E’ su questo terreno che una nuova cultura del limite affronta e prende in carico una nuova sovranità, che non è delle istituzioni sulle persone ma di una collettività che si carica di un autogoverno, di un limite come responsabilità piena, non distanza irraggiungibile ma confine di uno spazio da occupare sino in fondo, pienamente.
Non servono passi indietro ma passi avanti, verso l’innovazione, la creatività, serve più conoscenza e consapevolezza, serve più delicatezza persino, serve più politica per questo, con partiti nuovi, organizzati nei territori, quelli umiliati dal centralismo regionale, capaci di promuovere partecipazione alle decisioni ma di fare sintesi. Servono partiti consapevoli di non essere depositari di tutti i poteri, che sono nei tanti corpi intermedi, tradizionali o meno, ma di avere la responsabilità di farli esprimere regolandoli. Ecco questo è un altro limite.
Penso al limite che si deve porre nel sistema pubblico su compensi e stipendi e dal sistema pubblico verso la selezione di soggetti economici etici, verso aziende con un bilancio sociale e un comportamento etico dichiarato, oppure con bandi e appalti che mettano il limite del coinvolgimento e il protagonismo dei giovani come vincolo per l’affidamento di un progetto e di un’opera.
Non serve solo in Sardegna, ma da noi possono esserci le condizioni ideali perché un nuovo pensiero del limite, del personalismo e della comunità, dell’aggressione agli eccessi, generi una nuova economia dell’equilibrio, dell’ampliamento della disponibilità di beni collettivi, dell’utilizzo dei beni naturali senza degradarne lo stock, che punti e misuri i risultati sul benessere di ognuno piuttosto che sulla ricchezza generale, del lavoro diffuso piuttosto che della quantità di reddito globale.
Una nuova cultura del limite che riduca le disuguaglianze e produca un’economia dell’equilibrio. Forse non è attraente nella cultura di oggi ma è giusto.
III. Oltre la retorica delle zone interne per uno sviluppo integrale
6. È in questo contesto che il Partito Democratico in Sardegna affronta Baradili come avvio di un percorso ma anche con la forza della scelta delle comunità rurali come un bene comune. Perché è nella disuguaglianza tra città e territori rurali che dobbiamo subito fare i conti nell’applicare una nuova cultura del limite. Perché solo affrontando quest’equazione, quella del rischio ciambella, della città lineare delle coste, rigonfia per due mesi, teniamo in piedi la Sardegna.
Quella a cui vogliamo bene, quella che, come a casa le cose più belle, amiamo mostrare a chi non la conosce e che stimiamo possa apprezzarla e rispettarla.
Lasciare crescere un’urbanizzazione incontrollata sta portando all’estinzione delle diversità, di quelle comunità rurali che sono il luogo della memoria e della biodiversità e oggi dell’abbandono, con gli effetti demografici che rendono irreversibili i processi.
Io temo che se succede questo, senza quella parte di noi, il resto è appiattito in servizi ad una popolazione che invecchia o in un turismo massificante, da bimestre estivo o poco più.
A Baradili per far emergere idee e metodi nuovi e per dire alcune cose nette partire.
Primo. La stagione delle zone interne è finita non solo sotto il profilo lessicale. Lo ha scritto qualcuno di voi su fb e non modifico nulla.
“L'ampliamento dell'area di crisi a tutte le aree rurali della Sardegna amplia il discorso e tende a rendere il problema, problema non territoriale, ma di popolo. Anche perchè non ho mai capito che differenza c'è, dal punto di vista dei problemi, fra la Barbagia e la Marmilla, fra l'Anglona e il Sarcidano. Fra Illorai e Sadali quali sono le differenze? Fra Bortigiadas e Baradili, o Bultei o Orune?
Secondo. Lo sviluppo industriale come soluzione alle aree rurali va archiviato. Rifiutiamo di considerarci ancora all’interno delle conclusioni della commissione Medici, quando afferma la necessità di "un integrale piano di sviluppo capace di investire in pieno il mondo agro-silvo-pastorale", puntando innanzitutto su un programma di industrializzazione che investa "tutta la vita culturale e sociale delle comunità barbaricine".
Di quella fase prendiamo almeno la parte che c’è stata, un’evoluzione sociale e civile, 40anni di stipendi ma anche la cancellazione della fase di rafforzamento della piccola e media impresa che nelle comunità stava per intraprendere quel percorso, omogeneamente a regioni simili alla nostra, dalla Toscana al Friuli.
Oggi diciamo che quella non più è la soluzione né che quello è oggi un problema. Da oggi usciamo dalla retorica un po’ mistica delle zone interne e affermiamo come l’insieme delle aree rurali non siano più un problema di quanto siano una grande e irrinunciabile risorsa.
Terzo. La divisione coste-aree rurali esiste, sappiamo di avere risorse che stanno sul mare e sono ricercate dal sistema turistico, ma sappiamo che non è solo con quello e da quello che diamo futuro nè al settore nè all’insieme dell’isola.
Quarto. Il processo di spopolamento e impoverimento delle aree rurali è dovuto ad un insieme di fattori che sono aggredibili e in larga parte sensibili alle azioni politiche che si mettono in campo in anticipo sui tempi,per cui serve una politica dallo sguardo lungo, presbite.
IV. Per un’economia dell’equilibrio: un patto tra generazioni e tra città e paesi
7. In questo secolo abbiamo lasciato che in Sardegna si producesse una mostruosa redistribuzione delle persone e delle risorse economiche dalle aree rurali alle città e ora avviene a vantaggio di pochissime polarità urbane.
Se la politica continua a consentire questo, ogni dichiarazione, ogni impegno a favore dell’identità, della diversità, della peculiarità della Sardegna ma anche di un suo sviluppo radicato e equilibrato resterà tale, una promessa e basta. Ma a noi non basta più come non basterà continuando questo percorso accontentarci di alcuna delle disuguaglianze che scopriremo.
Oggi la scelta è un'altra.
Abbiamo e stiamo abusando del pianeta. Lo dicono le reazioni tropicali del tempo in Italia, gravissime come quelle liguri e toscane alle quali va il nostro pensiero e sostegno come in Sardegna dove si moltiplicano gli episodi di tropicalizzazione del tempo e del territorio e già oggi i ragazzi vivono stagioni diverse dalle nostre.
In questa isola molti hanno abusato degli spazi e del territorio e occorre che ridiventi compito e patrimonio condiviso la difesa dagli eccessi.
Dobbiamo trasformare le intuizioni in una direzione precisa delle politiche di sviluppo e di convivenza, accettare la fotografia di una realtà stratificata e immaginare cosa serve per una Sardegna diversa nei prossimi 20 anni. Una Sardegna che sappia tenere insieme paesi e città, aree rurali ed aree urbane, che non sia condannata a decrescere ed invecchiare, che non continui ad essere ingiusta.
8. Anche se non pensassimo ad una scelta di questa isola come una grande green valley, le potenziali linee per uno sviluppo sostenibile passano tutte attraverso strade che richiedono una coerenza sulla linea duale ambiente-sviluppo.
A destra non esiste il conflitto e questo è risolto dalla scelta che subordina l’ambiente in tutto e per tutto. Noi che diciamo, abbiamo dubbi, pensiamo che siano incompatibili e che uno prevarichi sull’altro?
Io penso che le cose non siano meglio degli uomini e degli animali e che si possa tenere insieme sviluppo e ambiente. Che noi siamo in grado di farlo facendo scelte coerenti. Un esempio: il Galsi. Lo dico con nettezza: si guardi se c’è il tempo di spostare di qualche chilometro la via d’uscita verso la Toscana, ma il Partito Democratico in Sardegna è perché la metanizzazione della Sardegna anche se in ritardo di 40 anni rispetto al resto d’Italia (e d’Europa) sia fatta.
9. Ma è sulla strada del piccolo e del locale che dobbiamo misurare queste scelte strategiche.
Le guerre del mondo nel futuro saranno su cibo e acqua, dopo quelle sull’energia, che non verrà dai combustibili fossili. Ma non saranno il sole e il vento a far volare gli aerei ma i combustibili di origine vegetale che non dovranno occupare gli spazi dell’agricoltura per il cibo.
La terra oggi in Sardegna non vale nulla, dai 20.000 euro del costo massimo ad ettaro si scende sino a 3-4000 euro anche per zone coltivabili. A questi prezzi il rischio che, chi la paga sino un milione ad ettaro come in Friuli o in Piemonte acquisti le superfici in Sardegna è elevatissimo.
Circa l’80 delle terre irrigue sono non più utilizzate, gli ettari occupati dal grano sono calati in dieci anni del75%, cala il numero dei capi ovini al ritmo del 10% annuo, nel frattempo le nostre iniziative per svecchiare il sistema agricolo sono paralizzate da una Giunta inadeguata.
Se pensiamo al fatto che tra le produzioni sarde dell’agroalimentare e quelle esterne la differenza è solo di pochi centesimi resi tali dalla grande distribuzione e che noi dipendiamo per in larga maggioranza dall’importazione è chiaro che ci troviamo davanti a un quadro in cui la politica può fare molto.
Io non riesco a non vedere le nuove strategie dello sviluppo nell’agroalimentare, nella filiera del mare, dalla pesca alla nautica, nella filiera del legno e dei boschi, in quello della qualità ambientale e un sistema industriale che si basi largamente su questee sull’innovazione e sulla peculiarità. Siamo un’isola di veri e propri giacimenti naturali che non sono replicabili, occorre una strada fatta di politiche che siano rafforzative, responsabili e non interventi a fondo perduto sullo sfondo di un preciso cambiamento strategico sotto il profilo culturale e sotto il profilo politico introducendo scelte coraggiose nel quadro istituzionale.
10. Cambiarla sotto il profilo culturale significa inseguire anche qualche sogno impossibile. Lo era la Tobin tax che oggi è condivisa, lo sta diventando la cultura del kilometro zero, lo può diventare una iniziativa che veda la Sardegna puntare a una ridemocratizzazione delle produzioni e dei consumi con l"utopia concreta" di una democrazia alimentare.
Si può rafforzare l’idea di una democrazia energetica, recuperando il maltolto di due anni di cricca, che renda conveniente l’abitare le aree rurali (le smartgrid, come lo sharing locale sono soluzioni praticabili facilmente).
Si può lavorare su un potenziamento di reti e servizi familiari in un patto generazionale tra anziani e giovani famiglie, che percorra strade innovative differenti dai servizi tradizionali. La messa in comune di risorse anziane e bisogni giovani in servizi sperimentali all’infanzia, o di risorse di assistenza che badano, nello stesso luogo, a generazioni distanti ma che si possono arricchire reciprocamente, facendo uscire dalla solitudine e dall’oblio, quando non anche dall’idea che la vecchiaia sia meglio non conoscerla. Isili lo ha iniziato a sperimentare in queste settimane.
11. Va esplorato anche un nuovo rapporto tra territori e città, perché queste sono il luogo finale di servizi che spostano grandi risorse dell’economia familiare dalle aree rurali, favorendo il distacco. A Pattada un gruppo di giovani democratici ha calcolato che ogni anno le famiglie pattadesi spostano 240.000 euro tra Sassari e Cagliari solo per pagare case in affitto per 200 studenti universitari locali. Tanto quanto potrebbe essere gran parte del costo di un mutuo per un’iniziativa di housing sociale che costituirebbe una forma di servizio di quella comunità ai suoi studenti. È solo una fantasia pensare ad un nuovo rapporto tra territori e città universitarie che tenga conto dei legami da salvaguardare? Ci si può spingere oltre? Penso di si.
Penso a come è cambiata Alghero con la sua Facoltà di architettura e al fatto che non si tiene l’attuale modello delle due università non cooperative e che serve lavorare per un polo coordinato.
Penso che alle prospettive demografiche negative per la Sardegna si risponda in parte con politiche per la natalità e in parte con politiche per rendere attraente l’immigrazione, che vanno fatte coraggiosamente. Lo richiede la struttura sociale, così come lo richiede l’economia e la prospettiva di uno sviluppo che riparte dal territorio. È un’altra fondamentale priorità che ha bisogno di un quadro regionale e, anche qui di un protagonismo consapevole locale.
V. Serve un deciso cambio di prospettiva istituzionale e amministrativa
12. Esplorare queste strade ha un senso solo se esiste un deciso cambio di marcia sotto il profilo istituzionale e amministrativo. Occorre capovolgere la prospettiva di costruzione delle nostre istituzioni cogliendo l’occasione che ci viene data.
Su partecipazione e rappresentanza nelle piccole comunità occorre una premessa. Per la destra al governo, e non solo per la destra, la partecipazione sembra rappresentare soltanto un costo.
Lo smantellamento degli strumenti di partecipazione, di programmazione negoziata, di progettazione partecipata, lo svuotamento e la mutilazione delle assemblee rappresentative negli enti locali ne sono una prova visibile, che va ben oltre l’obiettivo dichiarato dei risparmi.
Anche in Sardegna, il verticismo indotto dalle personalizzazioni della politica non corrisponde quasi mai all’obiettivo di assicurare incisività e stabilità all’azione amministrativa quanto alla costruzione di carriere personali consentite dalla frammentazione dei partiti e dalle piccole province.
Noi siamo per rafforzare la partecipazione. È il tempo di introdurre ovunque nuove forme di democrazia diretta e partecipata da affiancare alla democrazia rappresentativa, rendendo agibili e semplici gli strumenti come il bilancio partecipato e l’accesso agli atti a tutti i livelli, sperimentando un rapporto diverso tra elettori ed esecutivi e tra esecutivi e consigli, con pratiche di costruzione partecipata delle azioni demandate all’esecutivo, introducendo strumenti che tengano conto ed utilizzino processi di formazione dell’opinione pubblica costanti non solo al momento del voto.
Soltanto il PD, con il centrosinistra, può avere l’ambizione e la forza di realizzare questo progetto. Soltanto un soggetto popolare e radicato può avere l’ambizione di affrontare la sfida, l’unica alternativa alla personalizzazione e alle sue involuzioni plebiscitarie, facili ad attecchire dove le strutture democratiche o le identità, anche progettuali, sono più deboli.
13. Secondo gli studi degli economisti della Banca D’Italia, leggendo i dati che riguardano lo sviluppo del mezzogiorno, nel quale siamo pienamente inseriti, i ritardi nello sviluppo sono figli di una minore qualità istituzionale non di minori risorse. Non occorre aggiungere altro.
Se questo è vero occorre maggiore partecipazione e maggiore trasparenza non una riduzione di essa, occorre passare dalla contrattazione dei finanziamenti su base subordinata tra sindaci e regione alla valutazione delle politiche locali e della loro realizzazione, occorre dotare le istituzioni locali di maggiore efficienza amministrativa, elaborando proposte che applichino i principi che rappresentiamo, a partire dell’avvicinare decisione amministrativa e valutazione del cittadino.
Per dare solidità alla scelta di dare un futuro alle comunità rurali penso dobbiamo confermare la strada che abbiamo sviluppato con la legge 12 del 2005, quella delle unioni dei comuni, e farla evolvere con coraggio e determinazione.
Di fronte alla sfida che proviene dai decreti del Governo noi non rinunciamo a niente della rappresentanza e della democrazia partecipativa delle piccole comunità. Per noi devono restare sindaci e consiglio comunale, deve essere rafforzato e vitalizzato ogni strumento di partecipazione.
Ma ad istituzioni vitali e partecipate devono corrispondere pubbliche amministrazioni efficienti e organizzate, responsabilità di spesa e livelli di rappresentanza correlati.
14. La strada che dobbiamo imboccare è che le unioni dei comuni si possono ulteriormente evolvere diventando titolari dei servizi più complessi, della programmazione del territorio e della gestione totale delle risorse destinate. Allo stesso livello devono essere istituite agenzie dedicate per lo sviluppo locale, dotate di un bilancio di scopo e della gestione dei fondi europei distribuiti su quel territorio, operando la selezione trasparente a quei livelli (anche rafforzando ciò che c’è).
La spesa accentrata, il funzionamento per bandi a livello regionale ha fallito.
Possono essere i livelli locali, strutturati in maniera innovativa a gestire la pianificazione e la spesa per accorciare la distanza da chi deve utilizzare le risorse e ridurre i tempi. E onestamente non funzionano neanche le mostruose macchine regionali di assistenza tecnica (in agricoltura per esempio), vanno divise, riportate sul campo e a diretto rapporto degli utenti e possono essere riarticolate nella stessa rete.
Si può passare in Sardegna da 377 centri di costo comunali spesso deboli di fronte ai livelli amministrativi superiori a 30-40 centri di costo, dotati di competenze e professionalità elevate, mantenendo le istituzioni comunali singole che opererebbero sui servizi di base. Si potrebbe riportare a quel livello ogni soggetto intermedio di livello subprovinciale o provinciale ed avere un luogo unico di coordinamento, decisione e operatività che oggi è diviso tra Gal, distretti sociosanitari, comunità montane, unioni comunali, sportelli e progetti vari o altro.
15. Penso anche alla possibilità di un esperimento forte ed evocativo, che le 40 agenzie locali delegate allo sviluppo e all’utilizzo dei fondi europei siano dotate di direzioni di mandato, fiduciarie e che siano affidate a 40 giovani sardi rientrati con il master and back sullo sviluppo locale formati nelle migliori università europee.
In sintesi immagino un’autorità amministrativa di territorio con una popolazione di almeno 20.000 abitanti che fa 4 cose:
- coordina le funzioni complesse aggregate dei comuni, dai piani urbanistici ai punti unici di accesso per i servizi alla persona agli sportelli unici per le imprese, e governa le risorse umane messe in comune,
- che gestisce alcune funzioni oggi in capo alle province ma più connesse con lo sviluppo locale, come quelle legate al mercato del lavoro e all’istruzione media e superiore con la formazione,
- a cui fanno capo servizi di assistenza tecnica riaggregati per territorio e in capo alle agenzie oggi regionali, dall’agricoltura, all’artigianato, al turismo
- da cui dipende un’agenzia per lo sviluppo territoriale che è autorità locale delegata per la spesa europea.
16. Ad un tale livello di organizzazione vanno introdotti accorgimenti perché tra politica e amministrazione non ci siano dislivelli nei poteri e nella rappresentanza.
Dobbiamo riflettere sulla possibilità di un’elezione diretta e contemporanea del presidente dell’Unione dei comuni e dei sindaci delle comunità che fanno capo al bacino ottimale individuato, perchè il rapporto con un unico segretario comunale, con un direttore dei servizi e capo dell’amministrazione e con una figura direzionale per lo sviluppo abbiano un rapporto fiduciario con un livello politico dotato di rappresentanza diretta, piuttosto che di secondo livello come attualmente previsto.
17. Nello stesso tempo siamo interrogati dalla sfida di una nuova legge elettorale regionale che non sia quella possibile oggi, essendo il Pd temporaneamente all’opposizione in Sardegna ma quella coerente e omogenea con una nuova organizzazione di territorio che metta sullo stesso piano città e aree rurali e che di queste non faccia solo il serbatoio d’ossigeno ma un luogo dove vale la pena di abitare.
Penso per questo una legge elettorale, coerente con un disegno di rafforzamento dei territori, debba prevedere l’istituzione di collegi uninominali connessi al bacino ottimale individuato o alla somma di più bacini. Non necessariamente tutto il nuovo consiglio regionale, che va pensato nel numero di 50 consiglieri e in un esecutivo di 8, deve essere eletto per collegi anzi giudico ragionevole che un certo numero di rappresentanti si possa selezionare attraverso liste regionali, naturalmente rendendo obbligatorie per legge, le primarie per entrambe le modalità elettive.
La Sardegna usata e abbandonata
18. Con Merkel e Sarkozy che ridevano di Berlusconi e dell’Italia, avremmo avuto bisogno di un altro orgoglio, ma siamo un Paese stremato.
Così anche noi avremmo avuto bisogno in questi due anni di un altro orgoglio per non perdere le opportunità che avevamo acquisito e per non lasciare l’isola usata e abbandonata.
Dobbiamo ritrovarlo, dobbiamo ritrovare l’orgoglio e la credibilità di rappresentare l’autonomia, di farlo come classe dirigente, di recuperare la credibilità che quest’isola ha avuto sempre, salvo questa legislatura e la difficilissima fase dei primi anni 2000. Con l’orgoglio e la credibilità possiamo assumere decisioni sapendo che è più facile subirle che guidarle e gestirle.
Baradili è un luogo di ascolto ma non possiamo sottrarci anche dal dire su cosa e da quali posizioni ci poniamo perchè l’ascolto sia un confronto. Questo è un tentativo di rappresentarle anche senza che siano oggetto di un’infinita trattativa interna ma perché siano messe a disposizione di una riflessione dei democratici tutti.
Al servizio, per mettere la Sardegna e il Paese prima di tutto.
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