Il lavoro prima di tutto, Tore Cherchi interviene sul libro di Fassina
L'intervento di Tore Cherchi previsto alla presentazione del libro a Cagliari
Il lavoro prima di tutto: è il titolo del libro-saggio pubblicato a inizio 2012, dell'economista Stefano Fassina,da qualche anno responsabile del dipartimento Economia e Lavoro del Partito Democratico. Il saggio interessa per il contributo dello studioso e perché ci dice che cosa pensi su un tema cruciale, quello dell'economia, il dirigente di un partito che sostiene con convinzione il Governo Monti e rappresenta l'asse portante di un possibile futuro Governo di centrosinistra. Fassina espone tesi, talvolta fuori dal coro, che richiedono discussione: e' meritoria l'iniziativa del Gruppo PD del Consiglio Regionale che ha lo invitato in Sardegna per un pubblico dibattito.
I capitoli dedicati all'analisi, sono preceduti da una celebre frase di Warren Buffett,americano, plurimiliardario, tra i primi tre più ricchi al mondo. "C'é stata una guerra di classe negli venti anni e la mia classe ha vinto" ebbe a dire Buffett in un'intervista di qualche anno fa, commentando la generosità del fisco americano verso i ricchi. Un mega miliardario ci ha ricordato che la lotta di classe, soppressa nel lessico della sinistra, non e' mai cessata. La combatte vittoriosamente quella che i sociologi definiscono la "classe capitalistica trasnazionale". Soccombe la working class, la classe dei lavoratori che dopo l'ascesa della propria collocazione economica e sociale del trentennio post bellico, ha conosciuto nei successivi trent'anni un forte arretramento.
Sul declino del valore del lavoro, la letteratura e' copiosa: ne ha scritto anche la Banca d'Italia.
Segnalo, per l'ampiezza e la profondita' dell'analisi del conflitto sociale, il recente saggio -intervista di Luciano Gallino "La lotta di classe dopo la lotta di classe", con citazione, in chiusura, di Buffett.
Di lotta di classe non parla Stefano Fassina nel saggio. Parla pero' di conflitto sociale, rivendicandone la funzione in una società democratica. Documenta con dati inconfutabili la drastica riduzione del reddito disponibile dei lavoratori e la corrispondente concentrazione della ricchezza prodotta, in un decimale di punto della popolazione. Lo fa riferendosi al lavoratore americano e a quelli dei Paesi OCSE dove, con limitate eccezioni, aumenta notevolmente la disuguaglianza.
Questa conclusione e' rilevante non solo perché fotografa una situazione di crescente,scandalosa sperequazione nella distribuzione del reddito, fatto comunque enorme per qualunque forza democratica, ma anche per il collegamento che viene fatto dall'economista con l'origine della crisi in corso.
La tesi centrale di Fassina e' che sia "la disuguaglianza originata dal declino della civiltà del lavoro la causa di fondo degli squilibri macroeconomici" che hanno innescato e alimentato la crisi. Gli squilibri per lungo tempo sono stati nascosti dal ricorso al debito da parte delle famiglie americane e non; debito contratto a facili condizioni di accesso, a compensazione del minor reddito. La finanza irresponsabile e speculativa ha alimentato questo processo. Crisi dei subprime, esplosione della bolla immobiliare, salvataggio delle banche con il bilancio pubblico, speculazione sul debito pubblico ad opera di una finanza ritornata aggressiva : questo e' lo svolgimento di un processo che ha in origine la caduta dei redditi della classe media lavoratrice. La tesi e' supportata anche con corposi riferimenti alla letteratura specializzata.
Dall'analisi generale derivano ricadute sulle scelte da compiere. Se il riferimento al deficit politico dell'Unione Europea e' abbastanza in linea con l'opinione prevalente nello schieramento progressista, non si può dire lo stesso per altre cruciali questioni. Senza disconoscere la necessita' delle riforme, Fassina rifiuta la centralità del contrasto intergenerazionale come spiegazione della condizione giovanile e connette la situazione della "società (italiana) sempre più polarizzata,bloccata, castale in termini di distribuzione dei redditi e di opportunità e sempre meno democratica in termini di diritti civili e politici" alla " ricollocazione al ribasso della nostra specializzazione produttiva". Gravi le responsabilità politiche . Il centrodestra, anche nella versione più presentabile, ha fallite con le ricette basate sul tentativo di risveglio degli "animal spirits" di un certo capitalismo nostrano. Il centrosinistra "non e' andato oltre la conquista dell'euro". Vorrei discutere quest'ultima affermazione perché, a mio avviso, il bilancio e' molto più complesso.
In realtà il centrosinistra al governo in più fasi e con ruoli diversi nell'ultimo ventennio, non si e' limitato all'euro. Ha rimesso in ordine i conti : questo e' riconosciuto e documentato da Fassina. Nel 1997 l'avanzo primario era del 6%, ed e' rimasto significativamente positivo sino al 2001. Il risparmio pubblico, pagati gli interessi del debito, finanziava quota degli investimenti. Poi c'e stato il duo Berlusconi-Tremonti. Ancora un Governo di centrosinistra ha riequilibrato i conti e poi il solito duo al Governo non ha neppure riconosciuto la crisi. Nella seconda Repubblica i Governi succedutisi non sono accomunabili. Non e' vero che il centrosinistra ha fatto finanza allegra: e' vero il contrario. Il centrosinistra al Governo ha fatto anche riforme strutturali, le liberalizzazioni e le privatizzazioni, ha promosso la "nuova programmazione" nel Mezzogiorno, ha fatto il federalismo amministrativo e quello costituzionale, ha dato impulso al varo dell'Agenda di Lisbona. Servirebbe un bilancio critico chiedendoci se e in che misura sia nato un mercato efficiente, se il drastico ridimensionamento dell'economia mista abbia rafforzato il sistema di produzione di beni e servizi, perché la "Nuova Programmazione" non abbia conseguito gli obiettivi assunti in termini di crescita del prodotto e dell'occupazione nel Mezzogiorno. Il bilancio critico delle riforme strutturali fatte, serve per comprendere che cosa ha ben funzionato e dove siano stati gli errori nel tanto che e' stato messo in campo. Insomma riguarda il che fare nel futuro.
Quanto all'Euro, la classe dirigente europea che lo volle tenacemente, era consapevole di muoversi all'interno del modello funzionalista di Jean Monnet che da sempre guida la costruzione evolutiva dell'integrazione dei popoli europei : tocca alla classe dirigente attuale dell'Unione Europea sviluppare il percorso dell'integrazione istituzionale e politica per essere all'altezza dei predecessori.
La parte propositiva del saggio, "le linee di intervento", si misura con le questioni culturali e politiche di fondo e contiene anche la precisazione di proposte operative quali il Piano per l'occupazione giovanile e femminile. E' una parte particolarmente stimolante e fra i diversi possibili punti di discussione scelgo quello che riguarda il confronto/conflitto culturale,sociale e politico.
Il conflitto ha per oggetto la dignità della persona e il valore del lavoro.
Schematicamente si può sostenere che persiste l'egemonia della cultura neoliberista; che la classe dominante, la classe capitalistica transnazionale, e' certo un soggetto composito, differenziato, ma con una capacita' di iniziativa unitaria, dotato di potenti centri di produzione e diffusione della propria cultura, che agisce anche al riparo della presunta oggettività dell'azione di istituzioni internazionali come il Fondo Monetario.
Il campo delle forze progressiste, quelle che affondano la propria origine nel mondo del lavoro, non appare altrettanto forte. Innanzitutto i lavoratori dei paesi industrializzati occidentali e dei paesi emergenti non formano una classe transnazionale; sono divisi dai conflitti indotti da interessi diversi: delocalizzazioni che determinano disoccupazione in alcune aree, competizione sui costi, sull'ambiente, sulla salute e sulla sicurezza, dazi doganali. Le loro organizzazioni sindacali internazionali difficilmente possono esprimere un'azione incisiva alla scala globale.
I presidi culturali sono relativamente deboli. Certo non mancano le fondazioni culturali anche nel campo progressista. Intellettuali prestigiosi impegnano la propria forza per contrastare la cultura dominante. Fra questi in prima fila, si distingue il premio Nobel per l'economia, J.Stiglitz che non esito' a denunciare "la visione imperialistica" e la condotta coloniale del Fondo monetario internazionale con parole che sembrano appartenere più a un terzomondista che ad un ex capo del consiglio degli economisti di Billy Clinton, tanto siamo disabituati al nitido lessico della verità. Stiglitz con Sen, Arrow, anche essi Nobel, con altri economisti hanno analizzato la crisi del 2008 e proposto una serie d' interventi in larga misura inattuati. Ma e' nell' Enciclica Caritas in Veritate del 2009 che Stefano Fassina rintraccia "l'analisi più lucida della fase in cui viviamo". La rilettura del documento pontificio e' in effetti confortante per la parte che qui importa: ha in più la forza del pensiero di una organizzazione realmente globale qual'e la Chiesa.
Gli spunti conclusivi del saggio riguardano pensieri per un neo umanesimo laburista e cioè per un dialogo, nel contesto attuale, fra i valori propri della grande cultura sociale dei movimenti del lavoro europei e dell'umanesimo integrale del cristianesimo. Il dibattito e' aperto ma se ne vedono le potenzialità.
Ma qual' e' il ruolo dei progressisti qui e nel prossimo futuro? I partiti socialdemocratici europei, democratici e progressisti di varie parti del mondo, sono stati anche contemporaneamente al potere in stagioni del passato; non son riusciti (forse non hanno neppure tentato) a " civilizzare la globalizzazione" come ritenuto necessario nei documenti delle loro organizzazioni internazionali. Fassina richiama il programma del "Global new deal" fondato sul lavoro lanciato nel 2009, dal Global Progressive Forum, la riunione dei democratici e progressisti di larga parte del mondo. E' necessario tradurlo in politica e azione di Governo. E' probabile che una nuova stagione politica si apra in Europa, con la fine in molti Paesi, dei Governi conservatori e di destra. Quale sara' il segno della politica dopo il cambio?L'opinione dei lavoratori e del ceto medio peserà? E quale ruolo avrà il lavoro? Fassina in questa sfida si schiera e ci stimola tutti a prendere posizione.
L'intervento di Tore Cherchi previsto alla presentazione del libro a Cagliari
Il lavoro prima di tutto: è il titolo del libro-saggio pubblicato a inizio 2012, dell'economista Stefano Fassina,da qualche anno responsabile del dipartimento Economia e Lavoro del Partito Democratico. Il saggio interessa per il contributo dello studioso e perché ci dice che cosa pensi su un tema cruciale, quello dell'economia, il dirigente di un partito che sostiene con convinzione il Governo Monti e rappresenta l'asse portante di un possibile futuro Governo di centrosinistra. Fassina espone tesi, talvolta fuori dal coro, che richiedono discussione: e' meritoria l'iniziativa del Gruppo PD del Consiglio Regionale che ha lo invitato in Sardegna per un pubblico dibattito.
I capitoli dedicati all'analisi, sono preceduti da una celebre frase di Warren Buffett,americano, plurimiliardario, tra i primi tre più ricchi al mondo. "C'é stata una guerra di classe negli venti anni e la mia classe ha vinto" ebbe a dire Buffett in un'intervista di qualche anno fa, commentando la generosità del fisco americano verso i ricchi. Un mega miliardario ci ha ricordato che la lotta di classe, soppressa nel lessico della sinistra, non e' mai cessata. La combatte vittoriosamente quella che i sociologi definiscono la "classe capitalistica trasnazionale". Soccombe la working class, la classe dei lavoratori che dopo l'ascesa della propria collocazione economica e sociale del trentennio post bellico, ha conosciuto nei successivi trent'anni un forte arretramento.
Sul declino del valore del lavoro, la letteratura e' copiosa: ne ha scritto anche la Banca d'Italia.
Segnalo, per l'ampiezza e la profondita' dell'analisi del conflitto sociale, il recente saggio -intervista di Luciano Gallino "La lotta di classe dopo la lotta di classe", con citazione, in chiusura, di Buffett.
Di lotta di classe non parla Stefano Fassina nel saggio. Parla pero' di conflitto sociale, rivendicandone la funzione in una società democratica. Documenta con dati inconfutabili la drastica riduzione del reddito disponibile dei lavoratori e la corrispondente concentrazione della ricchezza prodotta, in un decimale di punto della popolazione. Lo fa riferendosi al lavoratore americano e a quelli dei Paesi OCSE dove, con limitate eccezioni, aumenta notevolmente la disuguaglianza.
Questa conclusione e' rilevante non solo perché fotografa una situazione di crescente,scandalosa sperequazione nella distribuzione del reddito, fatto comunque enorme per qualunque forza democratica, ma anche per il collegamento che viene fatto dall'economista con l'origine della crisi in corso.
La tesi centrale di Fassina e' che sia "la disuguaglianza originata dal declino della civiltà del lavoro la causa di fondo degli squilibri macroeconomici" che hanno innescato e alimentato la crisi. Gli squilibri per lungo tempo sono stati nascosti dal ricorso al debito da parte delle famiglie americane e non; debito contratto a facili condizioni di accesso, a compensazione del minor reddito. La finanza irresponsabile e speculativa ha alimentato questo processo. Crisi dei subprime, esplosione della bolla immobiliare, salvataggio delle banche con il bilancio pubblico, speculazione sul debito pubblico ad opera di una finanza ritornata aggressiva : questo e' lo svolgimento di un processo che ha in origine la caduta dei redditi della classe media lavoratrice. La tesi e' supportata anche con corposi riferimenti alla letteratura specializzata.
Dall'analisi generale derivano ricadute sulle scelte da compiere. Se il riferimento al deficit politico dell'Unione Europea e' abbastanza in linea con l'opinione prevalente nello schieramento progressista, non si può dire lo stesso per altre cruciali questioni. Senza disconoscere la necessita' delle riforme, Fassina rifiuta la centralità del contrasto intergenerazionale come spiegazione della condizione giovanile e connette la situazione della "società (italiana) sempre più polarizzata,bloccata, castale in termini di distribuzione dei redditi e di opportunità e sempre meno democratica in termini di diritti civili e politici" alla " ricollocazione al ribasso della nostra specializzazione produttiva". Gravi le responsabilità politiche . Il centrodestra, anche nella versione più presentabile, ha fallite con le ricette basate sul tentativo di risveglio degli "animal spirits" di un certo capitalismo nostrano. Il centrosinistra "non e' andato oltre la conquista dell'euro". Vorrei discutere quest'ultima affermazione perché, a mio avviso, il bilancio e' molto più complesso.
In realtà il centrosinistra al governo in più fasi e con ruoli diversi nell'ultimo ventennio, non si e' limitato all'euro. Ha rimesso in ordine i conti : questo e' riconosciuto e documentato da Fassina. Nel 1997 l'avanzo primario era del 6%, ed e' rimasto significativamente positivo sino al 2001. Il risparmio pubblico, pagati gli interessi del debito, finanziava quota degli investimenti. Poi c'e stato il duo Berlusconi-Tremonti. Ancora un Governo di centrosinistra ha riequilibrato i conti e poi il solito duo al Governo non ha neppure riconosciuto la crisi. Nella seconda Repubblica i Governi succedutisi non sono accomunabili. Non e' vero che il centrosinistra ha fatto finanza allegra: e' vero il contrario. Il centrosinistra al Governo ha fatto anche riforme strutturali, le liberalizzazioni e le privatizzazioni, ha promosso la "nuova programmazione" nel Mezzogiorno, ha fatto il federalismo amministrativo e quello costituzionale, ha dato impulso al varo dell'Agenda di Lisbona. Servirebbe un bilancio critico chiedendoci se e in che misura sia nato un mercato efficiente, se il drastico ridimensionamento dell'economia mista abbia rafforzato il sistema di produzione di beni e servizi, perché la "Nuova Programmazione" non abbia conseguito gli obiettivi assunti in termini di crescita del prodotto e dell'occupazione nel Mezzogiorno. Il bilancio critico delle riforme strutturali fatte, serve per comprendere che cosa ha ben funzionato e dove siano stati gli errori nel tanto che e' stato messo in campo. Insomma riguarda il che fare nel futuro.
Quanto all'Euro, la classe dirigente europea che lo volle tenacemente, era consapevole di muoversi all'interno del modello funzionalista di Jean Monnet che da sempre guida la costruzione evolutiva dell'integrazione dei popoli europei : tocca alla classe dirigente attuale dell'Unione Europea sviluppare il percorso dell'integrazione istituzionale e politica per essere all'altezza dei predecessori.
La parte propositiva del saggio, "le linee di intervento", si misura con le questioni culturali e politiche di fondo e contiene anche la precisazione di proposte operative quali il Piano per l'occupazione giovanile e femminile. E' una parte particolarmente stimolante e fra i diversi possibili punti di discussione scelgo quello che riguarda il confronto/conflitto culturale,sociale e politico.
Il conflitto ha per oggetto la dignità della persona e il valore del lavoro.
Schematicamente si può sostenere che persiste l'egemonia della cultura neoliberista; che la classe dominante, la classe capitalistica transnazionale, e' certo un soggetto composito, differenziato, ma con una capacita' di iniziativa unitaria, dotato di potenti centri di produzione e diffusione della propria cultura, che agisce anche al riparo della presunta oggettività dell'azione di istituzioni internazionali come il Fondo Monetario.
Il campo delle forze progressiste, quelle che affondano la propria origine nel mondo del lavoro, non appare altrettanto forte. Innanzitutto i lavoratori dei paesi industrializzati occidentali e dei paesi emergenti non formano una classe transnazionale; sono divisi dai conflitti indotti da interessi diversi: delocalizzazioni che determinano disoccupazione in alcune aree, competizione sui costi, sull'ambiente, sulla salute e sulla sicurezza, dazi doganali. Le loro organizzazioni sindacali internazionali difficilmente possono esprimere un'azione incisiva alla scala globale.
I presidi culturali sono relativamente deboli. Certo non mancano le fondazioni culturali anche nel campo progressista. Intellettuali prestigiosi impegnano la propria forza per contrastare la cultura dominante. Fra questi in prima fila, si distingue il premio Nobel per l'economia, J.Stiglitz che non esito' a denunciare "la visione imperialistica" e la condotta coloniale del Fondo monetario internazionale con parole che sembrano appartenere più a un terzomondista che ad un ex capo del consiglio degli economisti di Billy Clinton, tanto siamo disabituati al nitido lessico della verità. Stiglitz con Sen, Arrow, anche essi Nobel, con altri economisti hanno analizzato la crisi del 2008 e proposto una serie d' interventi in larga misura inattuati. Ma e' nell' Enciclica Caritas in Veritate del 2009 che Stefano Fassina rintraccia "l'analisi più lucida della fase in cui viviamo". La rilettura del documento pontificio e' in effetti confortante per la parte che qui importa: ha in più la forza del pensiero di una organizzazione realmente globale qual'e la Chiesa.
Gli spunti conclusivi del saggio riguardano pensieri per un neo umanesimo laburista e cioè per un dialogo, nel contesto attuale, fra i valori propri della grande cultura sociale dei movimenti del lavoro europei e dell'umanesimo integrale del cristianesimo. Il dibattito e' aperto ma se ne vedono le potenzialità.
Ma qual' e' il ruolo dei progressisti qui e nel prossimo futuro? I partiti socialdemocratici europei, democratici e progressisti di varie parti del mondo, sono stati anche contemporaneamente al potere in stagioni del passato; non son riusciti (forse non hanno neppure tentato) a " civilizzare la globalizzazione" come ritenuto necessario nei documenti delle loro organizzazioni internazionali. Fassina richiama il programma del "Global new deal" fondato sul lavoro lanciato nel 2009, dal Global Progressive Forum, la riunione dei democratici e progressisti di larga parte del mondo. E' necessario tradurlo in politica e azione di Governo. E' probabile che una nuova stagione politica si apra in Europa, con la fine in molti Paesi, dei Governi conservatori e di destra. Quale sara' il segno della politica dopo il cambio?L'opinione dei lavoratori e del ceto medio peserà? E quale ruolo avrà il lavoro? Fassina in questa sfida si schiera e ci stimola tutti a prendere posizione.
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