| partito democratico della sardegna |
|
|
Da tempo discutiamo sulla crisi della democrazia e sui suoi più peculiari aggettivi: rappresentativa e partecipativa. Sono convinto che in generale la rappresentatività sia quella individuale che quella di un gruppo dirigente è tanto più solida quanto più nasce dalla partecipazione e da essa trae sostanza e forza. Ci sforziamo tutti, almeno a parole ed in linea di principio, a innescare e catalizzare la partecipazione, ma purtroppo verifichiamo sempre di più come le riflessioni sulla partecipazione e le esperienze concrete di democrazia partecipativa stentano a consolidarsi come sistema e modello adeguato. Inoltre verifichiamo che tali esperienze si fermano a livello programmatico e quasi mai arrivano al livello esecutivo e neanche al livello di verifica programmatica. Ciò porta conseguentemente a rapporti interindividuali, interpartitici ed anche interistituzionali, basati su sistemi, modelli e modalità più negoziali che pattizi. Sappiamo che tali concetti sono alla base del distacco fra le istituzioni e i cittadini, e che tale distacco è presente in tutte le democrazie del mondo: basta pensare a Bush negli Stati Uniti, a Prodi in Italia e a Soru in Sardegna. Inoltre il momento di crisi è generalizzato per tutte le forme istituzionali ma lo è anche per quelle forme di aggregazione volontaristica di cittadini quali sono i partiti. I cittadini vogliono sempre più partecipare alle scelte, alle priorità delle azioni legislative e di governo. Si ritiene che l’agire politico debba avere come soggetto, non solo nominalisticamente, i cittadini e che la dirigenza politica debba solo interpretarne correttamente i bisogni, riconoscendone i diritti e individuandone anche i doveri. Queste convinzioni sono proprie della sinistra mentre la destra – col suo culto del capo come l’eroe che lascia ai cittadini solo il compito di credere, obbedire, combattere per un destino che egli indica – è più propensa a porre la leadership ed il leader al centro della riflessione politica. Il leader, per la sinistra, non crea la storia, non indica il destino, ma sa leggere la crisi in atto e catalizza le energie sociali mettendole in moto verso una direzione possibile. Per la sinistra, le energie sociali devono scaturire da tutta la società ma è importante non dimenticare mai il ceto sociale di riferimento, non già per privilegiarlo, ma per armonicamente comprenderne e soddisfarne i bisogni e i diritti, utilizzando il valore del lavoro e la sua dignità, la solidarietà e la libertà non disgiunta dalla giustizia sociale, l’equità nella redistribuzione della ricchezza prodotta per contrastare più efficacemente la povertà. Da questa premessa parto per la comprensione delle cause del nostro disastro elettorale sia a livello nazionale che a quello regionale. Il livello nazionale ha pagato inoltre la perenne litigiosità, l’insicurezza che appare nelle azioni di governo: esse appaiono sempre slegate le une dalle altre, sempre appunto negoziabili all’ultimo momento e non già considerate e pattuite nel programma con cui il nostro rappresentante-leader, Romano Prodi, si è candidato come premier nel 2006 e che, pur di stretta misura, ha avuto la maggioranza dai cittadini italiani. Il nostro Responsabile del Dipartimento Economia e già Responsabile nazionale degli Enti Locali se l’è cavata con la, pur vera, ma non la sola causa endemica in un sistema bipolare di alternanza come il nostro e con la disastrosa legge elettorale con cui siamo andati alle urne nel 2006. Non si capisce perché abbia sintetizzato analisi politiche e azioni future da intraprendere dalla Giunta regionale nelle interviste apparse sugli organi di stampa locali odierni e gli stessi non li abbia proposti al dibattito in Direzione regionale riunitasi ieri ad Oristano. Tipica modalità di partecipazione di un nostro autorevole e importante rappresentante. Ma, a parer mio, ancor più preoccupante è l’analisi sulle cause del tracollo a livello regionale, fatta anche dal Segretario regionale. Nulla è stato detto delle scellerate scelte di apparentamento ad Oristano e a Selargius. Per Selargius do atto al nostro Segretario di Federazione che ha analizzato correttamente la situazione politica della comunità non sottacendo gli errori passati, le nostre diatribe interne e, strano ma vero e meritevole, fa autocritica dicendo di aver sottovalutato alcune situazioni, ma non spiega il perché dell’apparentamento con la lista civica al ballottaggio. Tutti noi abbiamo la tendenza ad addebitare le responsabilità, anche le nostre, ad altri. Per la Regione abbiamo individuato il Governatore. In questa sede proverò ad andare in controtendenza pur restando per me validi tutti i dubbi che sono insiti in un Presidenzialismo, così spinto da far dire ad Andrea Raggio che “l’elezione diretta del presidente ha contribuito ad impoverire la partecipazione politica dei cittadini”. Ma domando che ruolo abbiamo avuto noi DS? Che elaborazione politica, in linea con l’originario programma concordato, abbiamo fornito alla Giunta, ai compagni consiglieri del gruppo, elaborazione fatta soprattutto come anello di congiunzione politica fra Comuni, Provincie e Regione, almeno di quelli in cui governiamo, se non da soli con gli amici della Margherita, in predicato per passare da amici a conviventi prima e poi parenti stretti coniugi o fratelli. Era noto che il Governatore Soru vista la sua dichiarata inesperienza politica ed il suo passato fortunato e fecondo di imprenditore di successo, propendeva per un ruolo esecutivo forte, ma non credo che avrebbe disdegnato il dialogo su progetti politici seri, condivisi e partecipati senza antiche e non più proponibili commistioni fra ruoli istituzionali di governo e legislativi. E se ci sono stati e ci sono questi progetti, dove sono? Ora sulla stampa abbondano i cambi di direzione, i provvedimenti da accelerare e quelli già in itinere da correggere, faremo in tempo a renderli operativi in due anni? Me lo auguro. Il nostro Capo gruppo in Consiglio regionale ha dichiarato che siamo tutti responsabili: non sono d’accordo, a meno che quel tutti non sia riferito a chi nelle istituzioni e nel partito rappresenta, “la rappresentatività”, l’elettorato e la maggioranza del partito. Da nessuno dei nostri rappresentanti regionali è venuta una parola di autocritica, forse è un sostantivo che non alberga più nei nostri riti e soprattutto non è più nelle nostre coscienze. Tutto ciò, lo dico non per sollecitare processi sommari ma per analizzare i punti di debolezza emergenti e porvi rimedio circostanziato. Passando a parlare del nuovo partito, che a mio giudizio non è stato bocciato unicamente perché ancora non esiste, faccio mie le parole di Romano Prodi nell’intervista a La Repubblica del 30 maggio: “che sia veramente un partito nuovo. E finora, sono stato timido a dirlo, ma dopo le amministrative non ho più remore: deve nascere come partito federale. Deve esserci un Pd emiliano, piemontese. lombardo, laziale, e così via. Deve nascere come un partito concorrenziale, non garantito, aperto. Dobbiamo arrivare all'appuntamento del 14 ottobre con tante belle liste, dove nessuno è garantito”. Mi chiedo allora, perché ancora non abbiamo iniziato il cammino della Costituente del Partito democratico Sardo, riconoscendo, noi per primi, le peculiarità della nostra elaborazione politica autonomista e regionalista, fondamentalmente federalista, dando finalmente voce e dignità politica all’unico Patto federalista fatto con l’allora PDS nazionale che ha fatto nascere la Sinistra federalista Sarda. Rompiamo gli indugi dimostriamo che siamo ancora capaci di una elaborazione politica originale e non soltanto di proporre Soru nel Comitato promotore. Abbiamo nella nostra comunità regionale le forze culturali, politiche individuali e collettive capaci di esprimere un progetto politico costituente inteso come camera di discussione, mediazione e compensazione di soggetti collettivi portatori di istanze e bisogni materiali e immateriali dei cittadini nelle varie fasi della loro vita (giovani – anziani ecc.), (malati – portatori di handicap ecc.), (studenti – lavoratori ecc.), nei vari ruoli quali consumatori, utenti, professionisti, delle categorie e di quel mitico e mitizzato mondo “della partita iva”. Le loro associazioni sono quelle più trascurate dalla “politica”, ma quelle più utilizzate dai cittadini forse perché, in genere, sono frequentate volontaristicamente da giovani entusiasti e da anziani esperti. Ad esse vanno aggiunte quelle più adiacenti e, oserei dire più sodali alla “politica”, che sono i sindacati dei lavoratori dipendenti, i movimenti di opinione, dell’ambientalismo, del pacifismo ecc.. Tali associazioni e movimenti sono fondamentali soprattutto per il centrosinistra anche se in questi soggetti collettivi sembra prevalere, a volte, una sorta di intransigenza che non fa i conti con la politica, con la necessità del compromesso, della sintesi, della costruzione faticosa della proposta. Queste tendenze vanno contrastate ma anche convogliate democraticamente e non bisogna averne un atteggiamento intellettualmente subalterno. A questa moltitudine di soggetti collettivi il compito di elaborare regolamenti e procedure di partecipazione, di individuare e definire i concetti che devono essere trasfusi nella costituente e nello statuto del nuovo partito; ad essi il compito di fare azione di avviso presso i propri iscritti che nel nuovo partito possono trovare ascolto, voce e risposta ai problemi delle varie associazioni ed in ultima istanza ai problemi veri dei cittadini. I maggiori partiti hanno l’onere di guidare questa esaltante partecipazione democratica ma raccomando che la conducano organizzandola e strutturandola, ponendo la massima attenzione al corretto accreditamento dei movimenti, comitati e associazioni che vi parteciperanno. Solo con un progetto così partecipato faremo un partito nuovo che proporrà ai cittadini progetti politici nuovi, portati da rappresentanti nuovi con cui andremo al prossimo confronto elettorale: solo così incominceremo a vedere la fine del tunnel. articolo anche pubblicato su www.ds.cagliari.it |
|
13/06/2007
-
Carlo Ciotti
|
|
|
| Copyright © 2007 Pd | |