partito democratico                                      della sardegna
La vendetta

     Ormai è evidente che, comunque vada, spinti dalla necessità di una risposta politica al Referendum sulla legge elettorale, proposto da Segni e Guzzetta, e consapevoli di dover mettere la parola fine alla frantumazione delle coalizioni, vero impedimento ad una corretta attività di governo, Veltroni e Berlusconi hanno dovuto trovare un accordo di fondo per individuare i punti chiave di una nuova legge elettorale.
     Pochi erano a conoscenza delle trattative in corso. Le diplomazie hanno lavorato bene e con serietà. Nulla è trapelato fino all’incontro formale tra il Cavaliere ed il Sindaco di Roma del 30 novembre scorso, anche se qualcuno aveva già tempo fa lasciato intendere il lavorio in corso con un forte avvertimento, obiettivamente sottovalutato dai più perché difficile da interpretare. A nostro avviso il primo chicchirichì sulle trattative intercorse è stato il "Manifesto del nuovo conio" di Francesco Rutelli, emesso all’alba del 13 luglio scorso. Ma, chiediamoci, chi è stato il vero ideatore ed occulto stratega dell'azione diplomatica intercorsa tra le due più grandi forze politiche del paese?
     E’ possibile sbagliare certo, ma noi abbiamo pochi dubbi al proposito: ci sono altissime probabilità che sia stato D'Alema. Vediamo perché.
     Intanto l'accordo citato rappresenta in un certo senso una novità tale da essere stata concepita solo da una persona con forte carattere e dotato di intelligenza superiore. Inoltre è nota ed evidente l'insofferenza che da tempo l'ex Presidente del Consiglio mostra nei confronti della sinistra cosiddetta radicale. Nell'articolo "Qui gladio ferit, gradio perit" del luglio scorso abbiamo tentato di motivare tale risentimento con una ricostruzione logica dei fatti che hanno scandito nel 2006 la formazione del Governo, ipotizzando prima un accordo fra Ds e Prc per l’elezione di Bertinotti alla Presidenza della Camera, poi un voltafaccia di Rifondazione alla proposta di elezione del conte Max alla Presidenza della Repubblica.
     La nostra ipotesi ha trovato recentemente riscontro nell’editoriale di Eugenio Scalfari "Bertinotti e il dovere del silenzio" pubblicato su La Repubblica del 07/12/2007, nel quale è riportato un colloquio che sarebbe avvenuto all'epoca dei fatti in esame tra Massimo D'Alema e Fausto Bertinotti. Scalfari dice: «So (l'ho saputo dallo stesso D'Alema) che nella "spiegazione" che ci fu tra loro due, D'Alema gli manifestò il timore che Rifondazione, perdendo il suo segretario, avrebbe rischiato di sbandarsi. Fu rassicurato da Bertinotti su questo punto e …». Queste parole confermano un certo senso l'ipotesi dell'accordo e poi del successivo "tradimento". Infatti se Rc avesse realmente preteso il nome del proprio leader alla Presidenza della Camera al posto di quello di D’Alema, come racconta la storia ufficiale, molto difficilmente l'allora Presidente dei Ds si sarebbe messo tranquillamente a discutere di politica proprio con chi gli stava soffiando il posto.
     La politica è tattica, strategia, ma anche sentimenti. Tra questi ultimi spesso capita di trovarvi il desiderio di vendetta. Nessuno degli addetti ai lavori se ne può scandalizzare. Ed il baffetto più intelligente e preparato d'Italia non avrebbe fatto secondo noi eccezione.
     Rinchiuso nel suo isolamento ha trovato il modo, con l’avvicinarsi del referendum sulla nuova legge elettorale, di prendere due piccioni con una fava. Rilanciare da una parte il Pd e renderlo capace finalmente di una incisiva e moderna azione di governo, vendicandosi dall'altra di chi lo aveva trafitto nella sua scalata alla Presidenza della Repubblica.
     Se avrà effetto la sua idea di concordare con i berlusconiani la nuova legge elettorale, "la Sinistra l'Arcobaleno" ad esempio dovrà venire a patti per avere il suo spazio politico che nessuno le vuol negare, ma su basi nuove che non potranno più avere caratteristiche destabilizzanti. Stesso identico discorso per il centrodestra.
     Ma c'è l'aspetto più importante della vicenda che riguarda i rapporti tra il Massimo nazionale e l'Idolo di Arcore. Non è possibile che D'Alema abbia dimenticato la stangata che il leader di Fi gli ha propinato alla fine dei lavori della Commissione bicamerale sulle riforme nel ‘98. Tutti ricordiamo il gran lavoro che fu svolto per dare all'Italia un nuovo e corretto volto costituzionale. Ma non se ne fece nulla. Di quella esperienza rimane solo un bellissimo libro proprio scritto da D'Alema, "La grande occasione" del 1997, ed. Mondadori, che qualunque politico di livello dovrebbe studiare e rileggere come fosse una vera e propria bibbia politica. Vi sono trattati infatti tutti i punti cardine costituzionali sui quali si basa la civile convivenza della nostra popolazione. In quel testo l'estensore, proveniente dalle file del Pci, prende in un certo senso le distanze da alcune posizioni storiche, ed in parte demagogiche, della sua formazione politica d'origine, in nome del bene per il suo paese. A D'Alema l'onestà intellettuale non è mai mancata.
     Ma nonostante tutta la nostra buona volontà c'è qualcosa che non riusciamo a cogliere. Possibile che il nostro furbissimo Massimo nazionale, con la "ghiotta grande occasione" presentatasi con la nuova legge elettorale, non abbia escogitato anche un bel trabocchetto per ricambiare la cortesia a Berlusconi?

12/12/2007     -     Giovanni Corrao

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