partito democratico                                      della sardegna
Qui gladio ferit gladio perit

     Da un po’ di tempo Massimo D’Alema appare sempre più duro nei toni e più aspro nelle dichiarazioni contro la sinistra cosiddetta “radicale”. E’ uno sfogo che emerge oggi, ma che probabilmente fa risalire le sue origini ad una quindicina di mesi fa. Proviamo insieme a capire perché.
     Siamo alla seconda decina di aprile 2006. Le elezioni politiche si sono appena svolte (9 e 10 aprile 2006) mentre è in corso la partita a scacchi sulla Presidenza della Repubblica. Il centrosinistra ha vinto sotto il simbolo dell’Unione. La Margherita, per la sua riluttanza ad aderire al Partito democratico, ha visto calare i consensi, ma Rutelli, forte degli accordi preelettorali, punta ancora al fifty-fifty tra Ds e Dl. L’accordo tra Rutelli e Fassino emerge chiaro, preciso: la Presidenze della Camera ai Ds, quella del Senato a Dl; per la Presidenza della Repubblica si sarebbe fatto ricorso ad una personalità di grande prestigio, possibilmente gradita anche al centrodestra.
     D’Alema, per la verità, avrebbe volentieri fatto il Presidente della Repubblica, ma Rutelli è stato inamovibile. Se avesse concesso la prima carica dello Stato ai Ds avrebbe implicitamente ammesso la superiorità del partito alleato-concorrente. Nessuno dei due partiti può quindi sperare di ottenere la massima carica dello Stato senza danneggiare un equilibrio fondamentale per la nascita della nuova formazione democratica. Una situazione scomoda da digerire per i Ds che, puntando con fermezza al Pd, hanno ottenuto un risultato elettorale tutto sommato soddisfacente.
     Fassino e D’Alema discutono tranquillamente in un bar di Piazza del Popolo, a Roma. Stanno sgranocchiando patatine e bevendo un aperitivo. E’ Fassino che rompe il ghiaccio: «Vogliono la Presidenza del Senato per Marini; ci lasciano quella della Camera. Per la Presidenza della Repubblica non ne vogliono neanche parlare: per loro sarebbe come ammettere un’inferiorità. Faremo il tuo nome per Montecitorio. Come Presidente della Repubblica vedremo di trovare una personalità di prestigio che metta tutti d’accordo».
     Ma D’Alema non vuole rinunciare al Quirinale. Rosicchia un’oliva, dà un’occhiata al Pincio, riflette un po’, e dice pensieroso, ma con gli occhietti brillanti: «Dammi tempo. Forse mi è venuta un’idea. Lasciami parlare con Bertinotti. Ti faccio sapere».
     Passano un paio di giorni. Piero e Massimo sono nella sede del partito. E’ D’Alema che parla per primo: «Ho parlato con Fausto. Se gli diamo la Presidenza della Camera ha giurato che mi appoggerà per la Presidenza della Repubblica e che, per quanto riguarda il Governo Prodi, la sinistra farà sì il solito can can, ma al momento opportuno voterà secondo le decisioni prese a maggioranza».
     Fassino si guarda intorno, è come se al suo naso arrivasse puzza di bruciato. «Guarda che rischiamo. Chi glielo dice a quelli della Margherita? I patti erano altri». Ma D’Alema si fa coraggio ed espone il suo piano per intero.
     «Non ci possono arrivare, la mossa è ben studiata» replica il baffetto più intelligente d’Italia. «Le cose andranno così: Bertinotti, con una scusa qualsiasi, ma d’accordo con noi sottobanco, chiede per se stesso la Presidenza della Camera». Fassino sgrana gli occhi: sembra ancora più magro del solito. D’Alema continua: «Noi facciamo prima un po’ di gazzosa, replicando con sdegno alla richiesta, poi, dimostrando buon senso, con generosità cediamo la “nostra” carica di Presidenza della Camera al leader di Rifondazione».
     Fassino, sincero come al solito, ammette: «Ci sono. Non avrei mai pensato ad una cosa del genere». Sorride e continua: «E così, privi della carica concordata, possiamo chiedere la Presidenza della Repubblica per te. E Rutelli non ha armi per opporsi!».
     La continuazione della storia la prendiamo dal sito www.wikipedia.org/wiki/Massimo_D%27Alema che riporta: “Alle elezioni politiche del 2006, vinte dalla coalizione di centrosinistra, Massimo D'Alema è stato eletto deputato ed ha quindi rinunciato alla carica di Parlamentare europeo. È stato proposto in modo informale da L'Unione per la Presidenza della Camera dei Deputati. Lo stesso D'Alema ha poi rinunciato a questo incarico per evitare possibili divisioni all'interno della coalizione e facilitando così la proposta e la successiva elezione di Fausto Bertinotti (29 aprile 2006). Nel maggio del 2006, alla scadenza del mandato di Carlo Azeglio Ciampi e dopo la rinuncia di quest'ultimo ad un possibile nuovo reincarico, è stato per alcuni giorni proposto in modo informale dal centrosinistra per la Presidenza della Repubblica. Data la divisione che il suo nome ha provocato nel mondo politico, l'Unione, dopo una nuova rinuncia di D'Alema, ha preferito convenire per il Quirinale sul nome di un altro esponente dei DS Giorgio Napolitano, eletto Presidente della Repubblica il 10 maggio 2006”.
     La storia narrata con un po’ di fantasia ci dice che Giorgio Napolitano, seria personalità politica, ottimo rappresentante dell’Italia vera, proveniente dalle fila del Pci, è stato eletto Presidente degli italiani solo per caso, senza che il suo partito abbia pilotato dall’inizio la vicenda. Ci fa poi intuire l’insofferenza del Presidente dei Ds e Ministro degli esteri, forse sentitosi tradito dalla sinistra dell’Unione, che prima avrebbe accettato di patteggiare poi gli avrebbe voltato la faccia.
     Se fosse come noi fantasticamente abbiamo ipotizzato, in un certo senso D’Alema avrebbe anche avuto ragione. Infatti dobbiamo tener presente che Napolitano è stato eletto praticamente solo dai voti della maggioranza, cioè dall’Unione. Riportiamo sintesi della votazione ripresa dal sito www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200605articoli/5117girata.asp: “Giorgio Napolitano è stato eletto presidente della Repubblica al quarto scrutinio, con 543 voti superando la maggioranza assoluta di 505 voti, dopo due giorni di trattative, risultate poi vane, tra l'Unione e la Cdl. Un voto compatto dall'Unione che contava complessivamente 540 voti dei suoi grandi elettori”.
      Se la sinistra “radicale” avesse coerentemente appoggiato D’Alema, forse oggi i rapporti tra i partiti della maggioranza di governo sarebbero più distesi. Ma il leader Massimo avrebbe dovuto saperlo: in politica “chi di spada ferisce di spada perisce”.

21/07/2007     -     Giovanni Corrao

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