partito democratico                                      della sardegna
Ipotesi inquietante

     Il ferragosto scorso resterà per sempre marchiato a sangue dalla inumana ferocia ostentata da una associazione di stampo mafioso.
     Ogni volta che un tragico avvenimento simile turba la tranquillità interiore si riaffacciano dubbi, domande, pensieri mai digeriti, intuizioni mentali da riannodare. Non si sa mai da dove iniziare. Forse, per addentrarsi nella logica che guida tali eventi, conviene farsi guidare da due maestri che hanno analizzato e studiato a fondo i fenomeni mafiosi: Andrea Camilleri e Leonardo Sciascia. I loro testi possono essere considerati monumenti storici per l’affrancamento umano dalle associazioni criminali di quel tipo.
     Una spiegazione abbastanza convincente sull’origine della mafia la dà Camilleri nel suo testo “La bolla di componenda”, dove è riportata appunto la voce “componenda” del Dizionario storico della mafia di Gino Pallotta, (Roma 1977), che qui parzialmente si trascrive:
”Forma di compromesso, transazione, accordo fra amici. Veniva stipulata fra il capitano della polizia a cavallo e i malviventi o i loro complici. … Grazie alla Componenda, il danneggiato poteva rientrare in possesso di una parte di ciò che gli era stato sottratto; in cambio ritirava ogni denuncia.”
     Per esempio, se venivano rubate cento pecore, il capitano si metteva d’accordo con i malviventi: “vi tenete dieci pecore e chiudiamo tutto”. Al derubato, attenzione!, venivano restituite ottanta pecore. Camilleri commenta acidamente questo modo di creare “una forma di giustizia al di fuori delle leggi ufficiali”, facendo notare che il “rappresentante della legge” trovava preciso tornaconto, che si tramutava in quota, nella percentuale dovutagli per l’intermediazione.
     Sciascia è più difficile da capire: alcune sue affermazioni sembrano scontate, ma hanno a volte altro e più profondo significato. Come quando, intervistato nel 1987, risponde che “… due più due fanno quattro e, identificate certe premesse, il risultato sarà inevitabile”. Che due più due fanno quattro lo sanno tutti: dove sta allora l’insegnamento? Vediamo di capirlo insieme.
     Se parliamo di Sicilia dobbiamo iniziare dai dolci, gustosi, unici. Ed è per questo che un giorno trovandomi a Messina, mosso da desiderio, sono andato a cercare la rivendita di dolciumi dal quale si riforniva mio nonno Pippo. Arrivo sul posto in un caldo pomeriggio assolato d’estate, ma non vedo il negozio. Mi guardo in giro, niente. Chiedo.
   «Signore mi scusi».
   Il vecchietto, un po’ incurvato, si gira lentamente, guardandomi.
   «Sto cercando un negozio di dolciumi che, ricordo bene, stava da queste parti: lo hanno per caso spostato?».
   «Era ccà» fa segno col bastone. «’U ficiru chiudiri».
   «Non voleva pagare il pizzo?» replico, pronto. «Sa, io sono siciliano, anche se manco da quand’ero piccolo. Certe cose le capisco».
   «Ma chi avi ‘a capire lei. Ora mi spiego». Tranquillizzato dal fatto di avere davanti un conterraneo, inizia a parlare, senza dimenticare di dare prima intorno un’occhiata indagatrice.
   «Dui sunnu i cosi: o paghi, o paghi». Solita logica siciliana, penso io. Ma dei due pagamenti non avevo capito niente. Il vecchietto continua.
   «Se non arrinesci cchiu a pagari ‘u pizzu, iddi ti chiedono di pagare con l’attività». Dunque se non riesci a pagare il pizzo ti chiedono di pagare con la cessione dell’attività: finalmente capisco.
   «O chiudi, e non se parra cchiu, o diventi dipendente e loro i proprietari». A questo punto nuovamente non capisco.
   E chiedo: «Ma che interesse hanno a chiedere un pizzo sempre più alto? A loro non conviene ricavare soldi senza far nulla?». Santo Sciascia, aiutami tu.
   «’U vidi che, stannu fora da Sicilia, lei non ragiuna cchiu!». Meglio ascoltare, mi dico.
   «Di sira, quando ‘u negoziu sta cchiudennu, iddi si appresentanu, vanno ‘a cassa, e emettono, pi fari un esempiu, ventimila euro di scontrini». Lo guardo negli occhi: no, non è pazzo, sta dicendo sul serio. E continua: «’A matina du jorno dopu vanno ‘nta banca e versano i ventimila più l’incasso vero. E accussì pulizianu i soddi!».
     Insomma non si accontentano solo del pizzo: hanno necessità di possedere alcune attività con le quali, dopo avere emesso scontrini a casaccio, possono ripulire il denaro ottenuto dalle illecite attività. In effetti non esiste nessuna legge che impedisce di emettere scontrini. E se applichiamo la legge del due più due, una volta reso legale l’incasso, la mafia è costretta a … pagare le tasse!
     Tasse? Ecco che si apre una nuova finestra nella memoria. Una volta in una trasmissione della Rai, qualche anno fa, hanno spiegato che in Sicilia praticamente non si paga l’IVA. Addirittura a Catania, affermavano, l’evasione dell’IVA arriva a superare il 95%. E lo spiegavano facendo presente che i negozianti, costretti a pagare il pizzo, reclamavano perché, ad esempio, la borsetta di Valentino doveva avere lo stesso prezzo sia a Milano che a Catania. Come potevano loro pagare il pizzo senza aumentare il prezzo dei prodotti?
      La mafia si premurò ad emanare una circolare verbale dicendo che avevano ragione, e che da quel momento l’IVA invece che allo Stato l’avrebbero versata a loro. Il presentatore della trasmissione aggiungeva che nell’isola nessun ispettore dell’Ufficio delle entrate si sarebbe mai messo ad investigare senza rischiare di dover pagare con la vita la propria solerzia.
     Questa trasmissione della Rai mi è sempre rimasta impressa, non tanto per i contenuti, persino ovvii per un siciliano come me, quanto per i risultati a cui arrivava. Perché in questo caso due più due non faceva quattro. Ve lo immaginate un direttore dell’Ufficio addetto ai controlli dell’IVA, che deve rispondere allo Stato, che non porta a casa praticamente niente dei versamenti dovuti? E nessuno che se ne accorge? Evidentemente le cose stanno in modo diverso. Proviamo a capire come.
     A rigore di logica, sciascianamente parlando, potremmo essere in presenza di un accordo tra Stato e mafia. Un accordo sulla base del quale tra i due soggetti si è stabilito che: la mafia deve pagare il 43% (aliquota massima Irpef) sui proventi leciti ed illeciti, e lo Stato corrispondentemente chiude gli occhi sull’IVA (solo il 20% sui movimenti leciti). Inoltre tutti i direttori dell’Ufficio IVA regionale sarebbero inviati sul posto col preciso mandato di non muovere un dito. Ora finalmente due più due può fare quattro.
     Così si spiega anche il vero significato dell’affermazione del maestro: il risultato del due più due lo conoscono tutti, mentre quello che nessuno conosce sono i due numeri che formano la somma. Il siciliano è dunque allenato a farsi le domande giuste: la risposta, date le premesse corrette, viene da sé.
     Non divaghiamo: e quale sarebbe questo patto tra Stato e mafia? E’ un’intesa tacita, un atto segreto, un documento per pochi intimi? No, questo non è possibile! Ve l’immaginate uno Stato che non si garantisce seriamente nei confronti della mafia, un’associazione delinquenziale nata proprio in alternativa allo Stato ufficiale?
     Questo patto deve essere sotto il naso di tutti. Probabilmente è un documento ufficiale, firmato, controfirmato, sigillato, controsigillato e guardasigillato: ma allora è una legge dello Stato! Solo così può agire uno Stato che garantisce il suo popolo. E quale sarebbe questa legge?
     Non può che essere la Legge 13/09/1982 n. 646 sulla confisca dei beni mafiosi, la cosiddetta Legge Rognoni-La Torre! Ed in effetti se la si guarda con occhio siculo essa sembra dire più o meno:
1) Io Stato ti consento di ripulire i soldi che hai ottenuto illecitamente chiudendo gli occhi sui sistemi che adopererai.
2) E siccome sono costretto a mantenere alta la tassazione, e non posso fare eccezioni, tu, cara mafia, devi pagare le tasse come tutti gli altri;
3) Se non le paghi, visto che ti consento alcune agevolazioni non permesse ad altri cittadini d’Italia, invece di metterti la multa sull’evasione che commetti, ti confisco direttamente il bene, così la prossima volta starai più attenta.
     Se fosse vera la virtuale ricostruzione dell’ipotetico accordo fra Stato ed associazioni di stampo mafioso, saremmo anche in grado di capire perché nel meridione d’Italia questi delinquenti assassini fanno tranquillamente il proprio comodo. Certo è che l’ipotesi a cui si arriva con i metodi logici siciliani è a dir poco inquietante.
      Ma … come mai in Sardegna (siamo o non siamo nel meridione anche noi?) non si sente parlare di mafia? Siamo in presenza di ben più evolute ed intelligenti forme di dominio, o siamo talmente pochi ed ininfluenti dal punto di vista economico che nessuno si è preso la briga di degnarci?
     Il fatto vero è che per capire le cose di casa nostra dovremmo ricorrere ad altri e differenti metodi: qui da noi due più due non fa mai quattro.

21/08/2007     -     Giovanni Corrao

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