| partito democratico della sardegna |
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L'evoluzione del Partito democratico sembra, in questi giorni, maggiormente legata all'esito del dibattito sulla legge elettorale, che non a quello, in verità piuttosto scontato, del dibattito congressuale. È infatti del tutto evidente, come l'abbandono dell'esperienza maggioritaria ponga più di un problema, dal momento che il Partito democratico sembra concepito proprio in tale ottica, anche se, quando si parla di maggioritario, andrebbero maggiormente evidenziate le differenze tra il sistema inglese e quello statunitense, caratterizzato il primo dalla presenza di partiti forti, ed il secondo, al contrario, da una maggiore personalizzazione della politica. Non a caso di primarie si parla solo negli Stati Uniti, mentre in Gran Bretagna, ad esempio, è in seguito ad una decisione interna al partito laburista, che Tony Blair ha annunciato l'intenzione di lasciare l'incarico entro questa primavera. Proprio il richiamo alle primarie fa pensare che l'originario progetto di Partito democratico fosse ispirato al sistema statunitense, e che dunque si pensasse in definitiva di costruire un “grande partito debole”, con scarsa caratterizzazione ideologica, rivolto ai cittadini più che agli iscritti, e disposto a candidare membri della società civile piuttosto che suoi esponenti: modello Prodi, Soru, Illy e via dicendo. Il ritorno al proporzionale ha però scompaginato questo schema, e sopratutto la Margherita ha accentuato i suoi caratteri distintivi rispetto ai Ds, alla ricerca della visibilità necessaria in un sistema elettorale come quello attuale. Conseguentemente, anche all'interno dei Ds sono emerse posizioni miranti alla tutela dell'identità del partito, come emerge dalla lettura della seconda e terza mozione congressuale. A questo punto dovrebbe essere chiara l'affermazione precedente, sulla maggiore importanza della legge elettorale rispetto all'esito congressuale, ai fini dell'evoluzione verso il Partito democratico. Avrebbe infatti ben poco senso proseguire nella costruzione di un partito “all'americana”, senza valutare preventivamente che efficacia, in termini di risultati potrebbe avere, al momento dell'attuazione di nuove regole. In attesa della formalizzazione di una o più proposte di riforma elettorale, si può ad esempio iniziare col sottolineare come sia l'adozione di un doppio turno alla francese, che di un sistema proporzionale di tipo tedesco, porterebbero di fatto all'abbandono del processo di costruzione del Partito democratico. In entrambi i casi, infatti, Ds e Margherita avrebbero tutto l'interesse a presentarsi separati alle elezioni, rimandando i conti al secondo turno, o direttamente al momento della formazione del governo. I risultati dello scorso aprile sembrano smentire tale affermazione, visti i maggiori consensi registrati dalla lista unitaria alla camera, rispetto alle due liste presentate al senato. Vanno però a tal proposito ricordate almeno tre cose: innanzitutto la differente composizione del corpo elettorale, che impedisce una precisa comparazione tra i due risultati; in secondo luogo, il fatto che il candidato premier fosse espressione dell'Ulivo, e non di uno dei partiti presenti al senato; e per finire, il fatto che, nonostante il già ricordato tentativo della Margherita di differenziarsi dai Ds, le due formazioni non fossero preparate ad un elezione proporzionale, proprio perchè fino a pochi mesi prima agivano in ottica maggioritaria. Nessuna di queste considerazioni porta però a ritenere che se si rivotasse con lo stesso sistema i risultati sarebbero gli stessi, specie qualora i due partiti tornassero ad agire in ottica proporzionalistica, curando maggiormente i contenuti ideologici e programmatici, nonché i rapporti con il territorio. Dunque, anche la legge attuale confinerebbe il Partito democratico nell'ambito dei progetti non realizzati, o perlomeno tra quelli realizzati male, in quanto, in un sistema che richiede partiti forti, verrebbe invece proposto un soggetto politico con le caratteristiche di debolezza, qualcuno direbbe leggerezza, che sono già state evidenziate. A questo punto appare evidente come soltanto un ritorno al maggioritario possa consentire al cantiere del Partito democratico di proseguire con il progetto in atto, ed il fatto che di tale ritorno non si sia finora fatta menzione alcuna, rende pertanto necessario un ripensamento di alcuni aspetti di tale progetto. Concludo con il sottolineare come il referendum sulla legge elettorale, con un premio di maggioranza al partito, e non più alla coalizione, rappresenti al momento, tra le proposte che si sono lette sui giornali, l'unica in grado di garantire la sopravvivenza del percorso unitario, tanto da rendere di difficile comprensione il fatto che buona parte di coloro che si dicono impegnati in tale percorso, siano contemporaneamente intenti ad evitare in tutti i modi il referendum in questione. Si dovrebbe però, anche in tale evenienza, tener presente come un sistema simile risulti adatto a partiti forti, capaci di avanzare delle proprie candidature ai vertici istituzionali, di presentare un programma di governo che poggi su solide basi ideologiche, meglio se nuove o comunque al passo coi tempi, e dotati di un forte radicamento territoriale che gli dia la legittimazione necessaria. |
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12/03/2007
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Riccardo Delussu
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