partito democratico                                      della sardegna
Partito democratico e formazione dei militanti

     Sulla stampa appaiono spesso articoli e interviste di dirigenti dei Ds e della Margherita in cui sono affrontati temi relativi all’ipotesi/progetto di costituzione di un nuovo partito riformista/riformatore, il Partito democratico e alle varie problematiche connesse: collocazione in Europa, adesione o meno all’organizzazione internazionale socialista, propositi di riforme da realizzare, laicità e rapporti con le religioni, tanto per citarne alcuni.
     Sembra giunto il tempo che anche coloro che non fanno parte dei big assumano un impegno più netto, esprimendo la propria opinione. Al contrario di quanto era accaduto nel momento del passaggio dal Pci al Pds e ai Ds, quando alcuni vecchi militanti del Pci avevano deciso di restare fuori dalla lotta, che sembrava troppo interna, e di impegnarsi, soprattutto, nella battaglia politica e culturale. In quegli anni (novanta) era diffusa la sensazione che alcuni gruppi fossero più preoccupati di conquistare l’egemonia interna che di definire un indirizzo/linea di cambiamento radicale della società. La discussione assumeva toni polemici, fortemente ideologizzati: più che la ricerca di una linea da porre sul campo per prevalere sugli avversari politici e guidare in modo nuovo il Paese, sembrava una lotta tra frazioni, tipica della storia della sinistra, non solo italiana.
     Il sottile tentativo di alcuni di differenziarsi su principi astratti, a costo di scissioni rovinose, appariva, per certi versi, la ripetizione del déjà vu in periodi remoti e recenti.
     Per altro verso, non convinceva o era inaccettabile l’orientamento di altri, volto a sradicarsi da paradigmi culturali, teorici e organizzativi di notevole rilievo senza proporre alternative credibili e nuove: il partito “leggero” appariva come era una acritica imitazione della situazione americana. La stessa operazione di affrettata rimozione di esperienze positive e l’archiviazione dei classici del socialismo, sembravano più segni di confusione culturale e, persino, di disperazione ideale e politica (panico per un declino ineluttabile), che fondate aspirazioni al cambiamento. Non mancavano certo alcuni punti forti, ad esempio: con la crisi e la fine del comunismo, il declino inarrestabile del Pci, si poneva l’esigenza di raccogliere le energie politiche presenti nella società in un nuovo partito democratico, riformista e socialista (la cosa e la cosa due), inserito nell’internazionale socialista e capace di porsi in una dimensione di continuità/discontinuità con l’esperienza del Pci. Questo, senza rinnegare le importanti lotte operaie e dei lavoratori per la giustizia sociale, in difesa della Costituzione e per la costruzione della democrazia e dello Stato sociale. In stretto legame con la battaglia delle idee, condotta durante il fascismo e dopo la guerra, per una cultura popolare, intesa, gramscianamente, come una grande operazione politico-culturale, un complesso di conoscenze superiori, tecnico-scientifiche, giuridiche e storico-umanistiche da acquisire; atte a costituire il nucleo fondamentale ed essenziale del sapere, finalizzato ad elevare la qualità della vita e le capacità di partecipazione e direzione politica delle “masse”.
     Oggi come oggi, dopo dieci anni di affannose ricerche di unità, le perplessità tra gli elettori sull’urgenza di costituire un soggetto politico innovativo, che raccolga le forze riformiste e di sinistra, si sono attenuate. Anche se non mancano i dubbi, tra le stesse forze promotrici (Margherita e Ds) e non vi è un orientamento pro P. d. da parte di tanti gruppi che potrebbero farne parte: verdi, ambientalisti o di provenienza socialista, etc. Il progetto di un nuovo partito riformista (democratico) sembra un fatto assolutamente consequenziale e in coerente continuità con l’orientamento e il bisogno di unità della maggioranza degli elettori di centrosinistra e con fatti politici importanti: il termine riformista, è da vedere in una accezione semantica corretta, cioè, come riforme graduali e possibili, democrazia nella produzione, tecnologia avanzata (taylorismo di Gramsci), cooperazione, ruolo del pubblico in certi settori, diritto del lavoro; se non scandalizza, come socialismo moderno da realizzare senza necessariamente salti rivoluzionari; non può essere letto, però, come moderatismo liberista, secondo i canoni del berlusconismo. In altri termini, l’Ulivo, i gruppi parlamentari unitari, i processi di unificazione spontanei di associazioni, fondazioni, gruppi di volontariato, forze di cultura politica e di esperienze distinte, forse, potrebbero essere visti come necessità e anticipazione del Partito democratico, la cui ideazione potrebbe configurarsi come risposta al bisogno di mutazioni epocali e di semplificazione del sistema politico-partitico italiano: in difficoltà per passare da un’articolazione in partiti, che spesso si differenziano soltanto per il nome o per quisquilie, ad un sistema di bipolarismo, ancorché all’italiana.
     In tale contesto di unione di forze politico-culturali-religiose diverse, a mio giudizio, era ed è importante individuare momenti ideali e far perno su paradigmi valoriali condivisi: senza rinunciare alle radici, ai principi fondanti di ciascuno individuo o gruppo. Principi che potrebbero essere sintetizzati: eguaglianza/giustizia sociale, dignità della persona, pace, democrazia, libertà, autonomia e valorizzazione delle qualità culturali e professionali di ciascun individuo, ispirazione etico/morale, valori condivisi: ovviamente, non concessi o imposti dall’alto o frutto di un programma elaborato da pochi; ma definiti da incontri/dibattiti di massa, mediante equilibrate ricerche teoriche, confronti politico/culturali e più in generale attraverso la lotta per la libertà e il progresso economico sociale. Questi principi devono informare coerentemente ogni processo di innovazione radicale di un partito di sinistra riformista. Potrebbero essere la strada maestra su cui marciare e, nel contempo, fungere da collante delle varietà, intese come pensiero dialettico, ricchezza politico-culturale, costruttività: in altri termini, tenere presente che un partito che si regge su bisogni ed esigenze contingenti o su spinte elettoralistiche non ha prospettive. Senza idealità (non ideologia), nessun gruppo o “forma partito” può reggersi a lungo, svilupparsi, radicarsi e conquistare l’appoggio della gente comune, in particolare dei giovani.
     E’ determinante comprendere e far propria la modernità, aderire alla causa della giustizia sociale, dell’eguaglianza dei diritti civili, affermando la libertà della persona umana e dei gruppi sociali operosi, rispettando le scelte culturali, scientifiche e religiose di ciascuno.
     Ciò coerentemente con il dettato costituzionale e con i valori consolidati (sul piano teorico) di eticità e democrazia, concretizzandoli con il coinvolgimento di tutti i soggetti della comunità nell’impostazione e soluzione dei problemi della gestione della cosa pubblica, del funzionamento delle istituzioni rappresentative, e più in generale, della vita politica (dentro i partiti e nella società civile), nonché del rispetto, difesa e sviluppo del diritto di cittadinanza.
     Ignorare l’esperienza e ripartire da zero, illudendosi di vivere nell’autentica novità, è privo di senso, come pure attardarsi sull’illusione di poter riproporre in un nuovo soggetto politico posizioni e connotazioni peculiari ai raggruppamenti di origine. I “cascami dei vecchi riti” sono da rimuovere, ovviamente, ma il “vecchio”, inteso come patrimonio comune, tradizioni, saperi delle generazioni precedenti, radici, identità dinamica, non va né distrutto né rimosso: anzi va valorizzato e coniugato con il presente in prospettiva futura. Nel caso di posizioni (specie etiche o religiose, un tempo inconciliabili), il pragmatismo della politica, in una società complessa, deve riuscire a mediare, a ricomporre o ricondurre a dialettica ogni ossimoro, facendo prevalere la concretezza e il senso dello Stato su particolarismi, convinzioni personali deboli, che spesso “poggiano” su condizionamenti prescientifici e premoderni o su pregiudizi di “lana caprina”.
     Nel campo della cultura, ad esempio, non sarà difficile trovare l’accordo: i classici (scientifici o umanisti) non vanno mai messi in soffitta, ma occorre, piuttosto, liberarsi dal ciarpame dogmatico di ogni tipo, anche di quello che si manifesta con (o si identifica in) modelli revisionisti alla moda, apparentemente critico-razionali e moderni, di fatto “a ideologia”. Analogo discorso vale per le scelte politiche.
     Tali premesse sono imprescindibili nella nostra epoca in cui, dopo la crisi delle grandi moderne utopie totalizzanti (illuminismo, idealismo, socialismo scientifico, liberismo, modernismo, idealismo, teologia della liberazione, etc., nonché le preoccupanti forme politiche da esse assunte), si verifica una r-insorgenza delle identità “localistiche”, confessionali e fondamentaliste-religiose. Sono, soprattutto, indispensabili per individuare modalità teorico-operative e costruire uno strumento politico-ideale nuovo, unitario e largamente rappresentativo, proiettato verso la modernità, capace di rappresentare un luogo di incontro attivo di modalità politiche e culture diverse, nonché di offrire una prospettiva di sviluppo possibile. Certo, esistono oggettive difficoltà a realizzare una forma partito rispondente alle singole esigenze, adeguata alle diverse sfumature di pensiero, in grado di superare antichi attriti e dissensi politico-culturali. Di conseguenza, allora, tenendo fermo il progetto di partito, si potrebbe immaginare, per l’abbrivo, una sorta di forma transitoria, più specificamente una federazione (anche se un tentativo analogo non è stato felice) riformista- progressista di/tra partiti, individui singoli di tradizione diversa: comunista-gramsciana, democratico-liberale, socialista, azionista-repubblicana, cattolico-democristiano-progressista, gruppi/volontariato non strutturati, ambientalisti, sardisti, etc..
     La federazione dovrebbe individuare (attraverso un’azione politica che coinvolga il maggior numero di cittadini, indipendentemente dai partiti di riferimento originari) alcuni elementi basilari che potrebbero essere costituiti dai presupposti teorico-pratici indicati nel programma dell’Unione. Su questi: far leva per un periodo ragionevole, con l’obiettivo o il fine di costruire, appunto, il nuovo partito unitario rispondente alle aspirazioni dei riformatori (o riformisti: in questo caso nomina non sunt consequentia rerum) moderni, dei cittadini di centro sinistra e della società italiana nel suo complesso. In dimensione immediata: rappresentatività, difesa e attuazione degli interessi generali; e in prospettiva breve-media: individuazione di alcuni elementi fondanti condivisi. Partire, poi, da questi per attivare un vivo confronto dialettico finalizzato alla ricerca di soluzioni produttive di problematiche reali e urgenti, superando sia le troppo frequenti diatribe “ideologistiche”, sia le gherminelle polemico/propagandistiche da infinita campagna elettorale e sia la convulsa spinta alla visibilità: a lungo andare, indeboliscono o, quanto meno, introducono elementi di rifiuto, da parte dei cittadini (degli stessi militanti), alla partecipazione e di stanchezza, delusione, distacco dalla politica (come sostiene il Presidente Napolitano), anche in una forte democrazia.
     Si può immaginare, però per un futuro prossimo, un partito pluriculturale e multietnico, con una varietà di posizioni, positivamente conviventi, in grado di interpretare la realtà della società complessa e governare nell’interesse nazionale, ovviamente in dimensione europea: escluderei soltanto, sotto il profilo ideale, politico e culturale, ovviamente (perché agli antipodi di un modello democratico, riformista, cristiano-socialista e di sinistra), i gruppi ex/neo-fascisti, quelli che si rifanno agli stereotipi paradigmi retorico-demagogici del berlusconismo/neo-fascio/leghismo, del conservatorismo becero, del liberismo/egotico o individualismo funzionale al consumismo, al profitto e alla bramosia di ricchezza; nonché quelli irriducibili, che (all’opposto) agitano i labari di un rozzo libertarismo/”rivoluzionario”, da malattia infantile, talvolta salottiero e talaltra tumultuoso e “bullistico”, sempre controproducente, inutile e privo di effetti pratici per i diseredati: al contrario, sacrificando agli slogan, agli atti di violenza per la violenza (alla balentìa ), il pacato ragionamento e gli stessi principi di libertà e di eguaglianza in cui dicono di credere.
     Se tali soluzioni, la Federazione e il Partito democratico, non fossero praticabili o proponibili? La cosa è tutt’altro che improbabile: visti il morboso bisogno di separatezza, tipico della sinistra, le prese di posizione di gruppetti, correnti, singoli componenti delle “dirigenze o oligarchie?” diessine, margheritine e altri: il discorso non riguarda Rifondazione, Pcdi, Verdi, Italovaloristi, Mastelliani, etc. E allora? Forse, è tempo di sperimentare forme organizzative di “base”, al di fuori dei gruppi dirigenti, e tentare di costruire dal basso una forma partito (democratico, oliveto, querceto, poco importa) che tenga presente (se non proprio si ispiri alla) l’esperienza del partito democratico americano per quanto attiene alla differenza di posizioni degli elettori o di quello laburista, in cui, invece, convivono, nella stessa organizzazione, molteplici diversità specifiche, che trovano momenti di sintesi in alcuni principi basilari, tipici di una società aperta. Ma quale sarebbe il vantaggio politico di un tale esperimento?
     Forse si allungherebbero solo i tempi. In ogni caso bisognerebbe evitare di decidere senza approfondire e, soprattutto, rinunciare ad atteggiamenti “assolutistici”, autoritari (come quelli di Soru su varie leggi), arroganti, sostanzialmente fanatici, anche quando soffusi di laicità e democraticità, tipici di chi ritiene che esiste la sua immarcescibile verità e non lascia spazi di mediazione.
     Sentendo taluni dirigenti, salvo Fassino, si ha l’impressione che ciascuno si consideri detentore del verbo a cui il destino ha demandato la missione di manovratore/operatore/guida del/nel processo di costruzione di un nuovo partito, attraverso l’inglobamento nel proprio orticello e non la ricerca e il confronto di/tra idealità comuni.
     Perciò bisogna rompere gli indugi ma nel contempo pensare di dar vita davvero ad un’organizzazione politica, capace di aggregare gruppi sociali e culturali diversi. Credo che siano maturi i tempi per una federazione a tempo limitato o anche il partito unico, ma con varie articolazioni, culturali, non organizzative. Forse, è opportuno non lasciar cadere l’idea: pertanto, sarebbe necessario pensare (o ripiegare su) a una struttura “agile” sotto il profilo organizzativo-funzionale e adeguata ad una dimensione, se non statuale-amministrativa, quanto meno territoriale di tipo associativo, perciò partecipativa.
     Si può pensare a funzioni analoghe a quelle di un consiglio comunale che ricerchi la soluzione più equa dei problemi della comunità. S’intende, che un siffatto partito deve essere in grado di introiettare i bisogni reali nuovi della cittadinanza e di elaborare, attraverso una ricerca consapevole da parte dei militanti, una linea politica complessiva condivisa: in cui tutte le componenti, ancorché rinunciando a qualche cosa, possano ritrovarsi. In altri termini si tratta di non lasciarsi travolgere dall’incontenibile erotismo della differenza di “principi”, ma di valutare questa come ricchezza e stimolo per individuare soluzioni positive.
     Che partito democratico sarebbe quello che consentisse a pochi dirigenti, con cultura ed esperienze particolari, di imporre i propri simboli di fede e i propri stendardi (peraltro logori), in nome di una discutibile fedeltà ad una presunta coerenza interna? Si finirebbe per far prevalere un gruppo su un altro, sacrificando, così, l’irrinunciabile ricchezza di cultura e di esperienza concreta di altri e, in ultima istanza, le stesse aspirazione della “gente comune”, che nel terzo millennio, pur nella loro diversità, devono necessariamente puntare alla ricerca di modi di vivere comunemente accettati. L’imperativo è: liberarsi dei modelli del passato.
     Ma che senso ha, oggi, l’utopia del comunismo, del sol dell’avvenire, dell’internazionalismo proletario? Ma come ci si può dividere sull’adesione o meno all’internazionale socialista? Chi può spaventare? Suvvia: non si tratta del Cominform, o del socialismo reale o del movimento di Pinochet, ma di una organizzazione, libera, dove c’è di tutto, dove non si danno ordini, ma si ritrovano persone di diversi Paesi per discutere e possibilmente trovare su qualche problema una linea comune. L’adesione non significherebbe la rinuncia di Prodi al suo cattolicesimo e la non adesione non costituirebbe grave nocumento per l’operaio della Fiat.
     Non voglio morire socialista (quale socialismo? Quello di Stalin o quello dei socialdemocratici tedeschi?). Non voglio morire democristiano o altro, sono frasi prive di senso. C’è da rimanere esterrefatti, che si ragioni ancora con categorie sdanoviane o da microfono di Dio. E’ tempo di chiudere con le contrapposizioni: “togliattismo”, “craxismo” “donsturzismo”, “degasperismo”, “scelbismo”, “tambronismo”, Maritainismo non hanno più grande valore politico. Se qualcuno la pensa diversamente sul piano ideologico, si tenga pure i propri Penati, ma si vada avanti con le posizioni politiche, al limite tenendo conto, per parafrasare Gramsci, che in ogni “luogo” e in ogni personalità del passato c’è qualcosa da imparare. Il contributo di ognuno di questi (e di tanti altri), soprattutto, dei costituenti cattolici democratici, socialisti, azionisti, comunisti, è stato importante per la stabilizzazione del Paese e per l’affermazione di una democrazia di tipo occidentale, che si è configurata diversamente, sia dalle posizione clericali/reazionarie di settori della Chiesa, sia dall’esasperazione laicista dei socialisti, repubblicani, azionisti e liberali, sia dalle posizioni staliniste di settori del Pci. Nessuna di tali posizioni avrebbe, nel 2007, la possibilità di essere considerata generalizzabile (ma semmai “onnivora”) dagli altri soggetti.
     Un nuovo partito, ovviamente, necessita di originali paradigmi, adeguati ai tempi: non si diventa, altrimenti, centro di aggregazione di forze diverse. Ma soprattutto, che possibilità avrebbe un partito non di questo tipo, in una situazione come quella italiana, di vincere le elezioni o di partecipare ad una qualsiasi coalizione di governo progressista?
     Personaggi e idee (posizioni politiche e culturali), sono cause e prodotti di determinati momenti storici. Non va dimenticato: su di essi bisogna dare un giudizio equanime, non mitizzarli.
     Certo si può vantare un’astratta coerenza ideologica (o politica?) o fare testimonianza alla maniera del Manifesto o dei no global, dei teologi della liberazione o dei cattolici del dissenso. Ma a chi giova? A chi ha giovato la crisi del primo governo Prodi? Ai lavoratori, al prestigio del paese, alla pace del mondo, a Bertinotti? A chi hanno giovato le innumerevoli scissioni del Ps o dello stesso Pci di Occhetto? Senza dubbio si è trattato di testimonianze, talvolta, di alto senso morale. Ma, la testimonianza può rivelarsi un auto inganno e comunque non serve alla polis: può servire al singolo per poter vantare la propria presunta eticità e, magari, per potere essere accolto in qualche lista minoritaria ed essere eletto consigliere o parlamentare; rischia di divenire un mero atto di chiusura della mente se non una esasperazione individualistico-carrieristica.
     Se si vuole svolgere un’azione democratica incisiva, trasformatrice, serve, in buona sostanza, una struttura politica, un partito (per ora non si conoscono altre forme altrettanto rappresentative e efficaci) in grado di raccogliere la maggior parte possibile delle forze orientate al cambiamento, al progresso, nonché di discernere il “particolare” dal generale, le scelte spicciole da quelle di prospettiva, aperte e di lungo respiro. Servono uomini capaci di discernere tra il servire il partito e la comunità disinteressatamente e il servirsi di esso.
     Un nuovo partito ha senso, inoltre, a condizione che sia capace di stabilire rapporti di interazione con i nuovi ceti sociali (lavoratori autonomi, ceti medi e medio alti, imprenditoriali-produttivi, tecnici, intellettuali dell’epoca post fordista, del digitale terrestre, della globalizzazione economica e culturale), i cui interessi, ancorché apparentemente antinomici, possano essere coniugati con quelli dei lavoratori dipendenti e dei ceti medi intellettuali riflessivi, elaboratori di cultura e servitori dello stato.
     Queste “classi” devono essere aiutate a maturare un nuovo modo di collocarsi nell’ambito della società, a sottoporsi a un mutamento di mentalità, a una muda culturale radicale al fine di allargare i propri orizzonti oltre le pur legittime aspirazioni ad arricchirsi: c’è un limite a tutto e soprattutto a ignorare i diritti di coloro che reggono la base della piramide sociale.
     In un contesto di radicale cambiamento dei processi produttivi, della struttura del mercato (ormai globale, già intuito da Stuart Mill e da Marx, e, purtroppo, oggi, mitizzato come un feticcio), della composizione del capitale e della società, si pone l’esigenza di conciliare l’identità (intesa, in progress, non immutabile come l’essere parmenideo) e l’appartenenza con il multiculturalismo.
     Un partito “giovane” deve necessariamente porsi il problema di innovazioni rapide, a tutto campo. Un nuovo soggetto politico, che, in qualche modo, si “richiami” agli ideali socialisti, laico-cristiani e liberal-democratici, potrebbe raccogliere diverse “anime” con culture e sensibilità articolate e complesse, tutte, diffuse nella società. Queste potranno trovare momenti essenziali di sintesi, sia a livello di progettualità politica nazionale e locale, sia a livello istituzionale, intanto, dando vita a gruppi di lavoro politico culturale e consiliari analoghi a quelli parlamentari dell’Ulivo.
     Perché non si procede rapidamente a costituire gruppi unitari nei consigli regionali, comunali e provinciali? Perché non incominciare ad impegnarsi ad elaborare temi e progetti intorno a questione sulle quali vi sono orientamenti condivisi? Anziché “beccarsi” fastidiosamente sul peso del “pesce vivo e del pesce morto" (Gabelli) o su bizantinismi inutili su cui non riuscirebbero a trovare un accordo totale neppure due amici per la pelle, non si individuano problemi concreti e si cercano soluzioni?
     Se non si perseguiranno percorsi unitari siffatti, si protrarrà alle calende greche ogni possibilità di concludere, in tempi brevi, il processo di costruzione del partito unico o democratico o socialista/cristiano, sia che guardi al partito socialista europeo o semplicemente all’Europa solidale Quando si riuscirà ad andare oltre Roscellino, a superare il nominalismo?
     Se questo dovesse essere l’obiettivo, non mancano ostacoli al suo conseguimento. Basti pensare, oggi come oggi, alle difficoltà fattuali a livello di vertici, ma, soprattutto, a livello di “base”. Per il primo: si può ricordare la recente presa di posizione di Rutelli rispetto alla timida ipotesi di Fassino sul possibile ricorso alle primarie e di De Mita sui gruppi europei (i democristiani non saranno socialisti); c’è da restare perplessi di tanto scolasticismo ideologico e di così scarsa creatività. Se è consentito, si potrebbe citare P. Gobetti (Energie Nuove): ”Avete dinanzi un mondo in formazione, e voi cercate lo schema in cui rinchiuderlo. Ma i mondi nuovi portano schemi nuovi”. Occorre plasmare nuove realtà. Ci possono essere mille modi per andare oltre l’esistente o per costruire rapporti con l’internazionale socialista o con singoli partiti che ad essa aderiscono o non aderiscono. Attenzione a non fermare un processo decisivo confondendo il nuovo con il voler riesumare i cadaveri.
     Per quanto attiene alla base non bisognerebbe dimenticare, che nonostante il dinamismo, di cui ha dato prova, permangono dicotomicamente: il bisogno di unità, ma anche incomprensioni, carente consapevolezza e visione prospettica sul ruolo di un nuovo soggetto politico.
     Prima di superare sentimenti di appartenenza a campi distinti, a pluralità culturali, axiologiche e ideali, a diverse identità ed esperienze (anche quando non a lungo contrapposti), occorrono tempi ragionevoli: ciò richiede graduale crescita politico-intellettuale, complessi processi di riflessione e maturazione logico-concettuale e implica superamento di pregiudizi, sopiti, ma non estirpati e, specificamente, rispetto reciproco, frequentazione e iniziative comuni.
     Ma queste dove sono? Si “vedono” solo stringate dichiarazioni, aforismi o più semplicemente epigrammi o massime da comune buon senso e da saggezza conformista, da parte di singoli dirigenti. Gli stessi documenti dei tre saggi sono sconosciuti alla “base”.
     L’importante è, allora, iniziare e “fare” bagni di gente, prove di incontro, di discussione, di elaborazione di problemi: predisporre sedi e contenitori comuni, senza che nessuna forza/componente (federata o altro) debba rinunciare, sic et simpliciter, alla propria identità, indipendentemente dal nome che gli si darà.
     Siffatti incontri possono funzionare. Non è stato, forse, produttivo un aggregato di partiti che ha funzionato in passato, a livello locale, tra Pci e Psi? L’unità d’azione tra socialisti e comunisti ha retto fino al 1956-62; ha funzionato all’interno del Pci, dove convivevano almeno tre “partiti” (frazioni), ancorché mascherati nel centralismo democratico; altrettanto nella Dc, dove c’erano tanti partiti quanti erano i dirigenti, tanto che sono stati costretti ad arricchire lo statuto con il manuale Cencelli.
     L’unità tra forze diverse (dopo l’esperienza di governo Dc, Psi, Pci, superata l’ora X e l’attesa della rivoluzione dietro l’angolo) è stato, d’altra parte, il sogno di molti di noi che, negli anni cinquanta-sessanta, credevamo nella via italiana al socialismo, che aveva le sue fondamenta nel pensiero di Gramsci e Togliatti e nella costituzione antifascista e repubblicana: essa si incentrava nell’incontro/dialogo/collaborazione tra persone di estrazione politico-culturale diversa e prima di tutto tra i tre partiti di massa (marxisti-laici-cristiani-cattolici-socialisti, ma anche liberal democratici-repubblicani, sardisti di sinistra, azionisti, etc.).
     Negli anni 1970, d’altra parte, non si pensava ad un impegno comune di diversi soggetti politici, impegnati per costruire una società pacifica, di eguali, più giusta e più umana, culturalmente pluralista? Forse l’abbiamo sfiorata con Moro-Berlinguer: il compromesso storico.
     Era un lungimirante progetto politico, ma è morto con Moro e seppellito dal CAF e in parte anche dal settarismo del Pci.
     Procedere, oggi, senza remore, doppiezze, disgustosi calcoli personali a costruire un nuovo soggetto politico, non di “assessori”, ancorché “eletti”, è l’aspirazione di molti; ciò è dettato non solo da motivazioni politiche contingenti, bensì dall’urgenza di operare una muda generale, un cambiamento radicale; sia per quanto attiene al senso delle istituzioni, al linguaggio: talvolta, politichese, stereotipato, eristico, inefficace strumento di comunicazione; sia per quanto riguarda le alleanze, intese come ricerca-mediazione, come sintesi di aspetti culturali diversi: senza lasciare spazi a pregiudizi, a contrapposizioni aprioristiche, al possesso/sbandieramento di verità totalizzanti di tipo pseudo-valoriale-ideologiche, da stato etico.
     La dissoluzione dei partiti tradizionali può divenire crisi di crescita e cambiamento-innovativo della politica, intesa non come personalismo carrieristico, ma come impegno a risolvere i problemi della polis, della società civile. Si sente il bisogno di “politica” eticamente fondata, di laicità, non settaria, capace di elaborare linee di governo della cosa pubblica (a tutti livelli) innovatrici e anticipatrici di fenomeni nuovi, basati sui diritti della persona, sul lavoro non precario, sullo sviluppo economico liberatorio e sul ruolo delle donne e dei giovani.

Formazione di militanti e dirigenti (quadri)
     Le persone disposte ad un impegno ci sono. Hanno bisogno solo di input efficaci, di esempi positivi da parte di dirigenti affidabili e persone non cooptate: eletti negli organismi dirigenti e negli organi pubblici dopo un processo di formazione politico/culturale e di volontario impegno sul campo (nel sociale). Ma la pazienza ha dei limiti. Le attese non vanno “snobbate”. Passato, almeno momentaneamente, il rischio del berlusconismo (e del neofascismo), come esercizio del potere politico (purtroppo, non ancora economico e culturale: informazione, comunicazione), che impone lo scontro e la scelta “ideologica”, milioni di elettori potrebbero non essere più disposti a tollerare situazioni di evidente o furbesca immoralità: di quartiere o di paese.
     Insomma, occorre creare le condizioni perché la gente comune riscopra il gusto di fare politica disinteressatamente: in senso alto, di impegno e solidarietà.
     Ciò implica: costruzione di un soggetto politico moderno; innovazione culturale e comportamentale; non giustifica atteggiamenti di reiezione totale della cultura che ha segnato due secoli, a cui si è dialetticamente richiamata la sinistra italiana: quella di estrazione storico/critico/laico/razionale/scientifica (Labriola, Gramsci, Banfi, etc.) e quella laico/spiritualista dell’umanesimo cristiano (Mauriac, Maritain, il cardinale Martini, etc.).
     Non significa “recisione” delle radici; viceversa valorizzazione dell’identità dinamica. Non nella sua accezione deprivante di dogmatico-localistico-campanilistica, né in quella di mitizzazione del passato, ma, in termini di creatività: respingere il rischio, come scrive A. Manzoni nel coro dell’Adelchi, che “Da noi col novo signore rimane l’antico” o, come nel Gattopardo, che tutto cambi, perché niente cambi. E’ da intendere in dimensione moderna come: arricchimento, crescita e riflessione critica sull’esperienza.
     Non si può, nel contempo, in nome della ovvia discontinuità, che presuppone scelte ideali laiche, autonome e liberanti e implica rotture politiche ed epistemologiche rilevanti, gettare via tutto il passato in nome della modernità “impersonata” dai mass media.
     Certo è necessario operare una cesura netta, ad esempio, con il comunismo/socialismo reale e con il comunismo-capitalistico cinese, ma anche con l’integralismo cattolico, con il fondamentalismo, con i neo coon, nonché con l’economicismo materialistico-liberistico. Bisogna, d’altro canto definitivamente liberarsi dai resti di quelli che furono: doppiezza togliattiana, scelbismo, tambronismo, CAFismo, clientelismo, occupazione del potere. Ciò non significa (e non impone) mettere in un canto la cultura e la storia della borghesia e dei lavoratori, come pure dei partiti, né la lotta contro lo sfruttamento e il fascismo e per la democrazia, la libertà, il progresso, la giustizia sociale, la solidarietà, etc. Queste non sono favole, ma fatti: non si possono cancellare; significa che (almeno) in sede di ricerca storico/politica, debbono essere, quanto meno studiati, approfonditi e messi a punto. Fanno parte della storia e come tali sono da analizzare alla stregua degli aspetti significativi delle rivoluzioni francese, russa, della fine dell’imperialismo coloniale, del nazifascismo, etc. Soprattutto, vanno analizzati e riaffermati i valori del cristianesimo, rivisitati quelli di altre religioni (es. buddismo, giudaismo, musulmanesimo, etc.) e della tradizione delle varie chiese, nonché le diverse esperienze e fasi di cambiamenti culturali, le conquiste scientifico/tecnologiche che li hanno accompagnati o che ne hanno determinato, accelerato o frenato lo sviluppo.
     In altro contesto (incentrando l’interesse su/alla contemporaneità), si potrebbe, più semplicemente, riflettere sull’importanza dei partiti nel nostro paese o per rivalutane la funzione e il ruolo o per considerarli oggetti da mettere in soffitta. Per quanto attiene ai partiti “dell’arco costituzionale” di massa, Dc, Pc, Ps, neppure i “revisionisti” più disinvolti osano non riconoscere che hanno avuto il merito di costruire il sistema democratico, garantendo per un sessantennio libertà sostanziale, benessere e pace. Tanto che si può, ancora oggi, sostenere che il patto costituzionale, volto a realizzare una moderna forma di convivenza unitaria tra laici con esperienze comuniste e socialiste, azioniste, liberali e laici con esperienze democristiane e la stessa Chiesa, almeno fino a Benedetto XVI, è stata una felice scelta politica (a partire dall’art. 7 della Costituzione).
     Il progetto di un partito “democratico”, in una situazione totalmente diversa, potrebbe essere letto, in un certo senso, anche come un portare a compimento, il vecchio sogno di Franco Rodano: dialogo tra cattolici e comunisti, condiviso localmente da alcuni di noi, tra cui F. Cocco, assistente di Pigliaru a Sassari e in rapporti amicali e culturali con tanti intellettuali cagliaritani di area cattolico-progressista o del dissenso; fino a pervenire ad una unità organica di cattolici progressisti (oggi, margherita) e comunisti (oggi, Democratici di sinistra, Riformisti, Socialisti europei, Repubblicani europei, Liberali progressisti, Sardisti, non neo-berlusconiani), etc.. Le premesse sono nella Costituzione: Principi fondamentali, Diritti e doveri dei cittadini. Il sogno degli anni cinquanta-primi anni sessanta di attivare il dialogo comunisti-cattolici, movendo dall’alleanza con socialisti ed altre forze democratiche, lo vedo realizzarsi, nelle mutate condizioni attuali, nell’avvio del processo unitario verso il partito democratico.
     Non potrebbe il partito riformista democratico (ripetiamo, aperto alla collaborazione con il socialismo europeo, ancorché, inizialmente, senza farne parte, con i liberali progressisti, con frange moderate dello stesso Ppe, con il Partito democratico americano e con i movimenti liberatori nel resto del mondo), costituire il punto d’approdo, sia delle posizioni togliattiane (necessità dell’unità dei tre partiti di massa), sia di quelle degasperiane (partito di centro che guarda a sinistra), sia di quelle lamalfiane (è indispensabile una collaborazione con il Pci) e sia della proposta berlingueriana. Questa,ovviamente, intesa nella sua formulazione teorica originaria e non come bassa spartizione di potere, tipica di una degenerata applicazione prospettata e talvolta realizzata a livelli locali e anche nazionali.
     Inoltre: che cos’altro è l’Unione se non queste cose più altri movimenti “moderati” e “libertari”, ossia un autentico tentativo di trovare mediazioni tra forze diverse allo scopo di governare nell’interesse nazionale? Queste considerazioni potrebbero essere scambiate per un arretramento o per un arresto di un discorso, già articolato, sul socialismo in Italia, ma, più correttamente e correntemente, potrebbero anche essere considerate come politicamente realistiche. Senza con ciò chiudere gli occhi sul fatto che sul Partito democratico (per alcuni già “cosa” fatta), sono sorti e si manifestano seri dubbi: ancorché possano configurarsi come strumentali costituiscono veri ostacoli al processo “unificatorio”, per vari ordini di motivi.
  • Primo: i tre partiti, per ora orientati al processo fondativo del Pd (Ds, Margherita, Repubblicani europei, cioè l’Ulivo), sono una forza importante, ma ben lungi dal rappresentare il più vasto movimento unitario espresso dall’Unione o quanto meno da quelle forze che politicamente e idealmente hanno interagito con l’Ulivo nelle primarie.
  • Secondo: nella nostra Isola, a livello di massa, non vi è una diffusa e piena consapevolezza o anche una semplice chiara percezione della portata politica di una tale “fusione”(o meglio operazione politica).
  • Terzo: non v’è chiarezza sui passi indietro o avanti che ciascun aderente deve fare, sia per porre le fondamenta di una idealità basata su principi etici e morali “robusti”, sia per superare sollecitazioni individualistiche del consumismo. Serve non solo continuità nella discontinuità, ma chiarezza progettuale, unitarietà di intenti, duro lavoro, prospettive condivisibili e onesta informazione. Senza dibattiti e partecipazione di iscritti ed elettori si rischia di andare alla cieca verso una nuova e complessa esperienza (il Pd, appunto), suggestiva e piena di speranze, ma anche densa di incognite.
  • Quarto. Bisogna operare scelte coraggiose su alcuni settori basilari al cui controllo, al di là della gestione, lo Stato non può rinunciare: energia, comunicazione, trasporti, scuola, università, sanità.
         Perché il progetto unitario sia avviato serve l’impegno di partiti diversi, ma anche di cittadini senza tessera, di persone, che vadano oltre i partiti, di gruppi interessati alla riforma graduale del capitalismo (che non è eterno!) e alla costruzione di una società (la si chiami socialista o nuova democrazia avanzata ha scarsa importanza), che si connoti per l’eguaglianza sociale (non solo dei diritti di partenza, ma anche di “arrivo”); per la libertà di ciascuno e della comunità (dov’è l’antinomia?), in una dimensione di eticità e moralità.
         Si deve avere la capacità di operare scelte politiche, pratico-concrete da considerare non astratti principi, ma momenti transeunti, utili nell’immediato allo scopo di meglio definire e distinguere ciò che è vecchio e ciò che è nuovo; e di pensare criticamente sul piano teorico al fine di definire indirizzi generali di ricerca e punti di riferimento ideali.
         I problemi teorici, filosofici o scientifici, le idealità, i valori fondanti sono, infatti, linee guida e hanno una durata assai lunga: divengono, nel tempo, pietre miliari, compenetrano le tradizioni e imprentano e connotano i costumi e le abitudini degli uomini fino a configurarsi come forza materiale.
         Basti pensare a certi valori morali presenti nel pensiero di Marx e di Gramsci o in quello di papi come Giovanni XXIII e Paolo VI; a principi filosofici (come quelli platonici, aristotelici, agostiniani, tomistici, idealisti, etc.), scientifici (come quelli galileiani), a elaborazioni/intuizioni politiche (come quelle machiavelliane, sturziane, etc.); e soprattutto a quelli presenti nelle religioni (buddismo, bibbia, evangeli, corano,etc.): resistono da secoli a ogni sorta di tentativi di demolizione. Non si possono rimuovere disinvoltamente, semmai, sono da rivisitare in dimensione critico razionale anche per servirsene come guida per il presente.
         Ciò può essere d’ausilio per evitare di ritrovarsi senza bussola, impossibilitati ad orientarsi all’interno di un complesso processo di reificazione teorica e di una consequenziale mutazione organizzativa della stessa forma partito.

    Scuole di formazione politica, oggi e ieri
         Nessun partito politico, sia pure in epoca di acritica esasperazione pragmatica, di esaltazione non sempre disinteressata del libero mercato, può reggersi senza solidi presupposti ideali o se si vuole senza una “dottrina”, ovviamente, intesa come “complesso di principi teorici fondamentali”, logicamente e “organicamente sistemati”, senza una scuola, almeno ché non intenda esporsi, in prospettiva, al suicidio teorico e politico. Una tale scelta richiede motivazioni ideali e un processo di organizzazione politico-culturale, analogo alla gramsciana funzione egemonica (superamento della fase provvisoria del dominio e realizzazione del consenso + partecipazione); presuppone dialettici momenti di apprendimento- insegnamento, ovvero di educazione/formazione: possono essere realizzati e portati a corretto conseguimento solo in strutture finalizzate, cioè, mediante “scuole” intenzionali, modernamente concepite in una dimensione di integrazione e di completamento/specializzazione dello sviluppo intellettuale, conseguito nel sistema scolastico ufficiale, ma non solo.
         Questa esigenza è avvertita,oggi come oggi, dalla stessa Chiesa (scuole di formazione sociale e politica), ma anche da Berlusconi (scuole di partito regionali e nazionali, addirittura una università liberale atta a conquistare l’egemonia culturale, attualmente, secondo lui, esercitata dalla sinistra,ovviamente comunista); recentemente anche Prodi ha fondato una sua scuola di formazione, mentre gli imprenditori utilizzano i loro enti di formazione e fondazioni, usufruendo dei contributi pubblici, sia per la formazione culturale che per quella professionale. Esistono, inoltre, tante associazioni e fondazioni che attivano un’azione formativa/culturale anche attraverso fondi specifici, leggi regionali e contributi pubblici (province, comuni, etc).
         Un partito (come il Ds o il futuro Partito democratico) che non voglia irretirsi in una posizione di partito “leggero”, di opinione o degli assessori (come il partito socialista craxiano) non può esimersi dal promuovere e organizzare l’educazione e la formazione tecnico-teorica dei propri quadri, pena la depauperazione/deprivazione culturale, morale e politica.
         Un’educazione/formazione finalizzata può essere immaginata, concepita, realizzata, oggi, in una struttura simile a quella per la formazione del personale politico- dirigente per la pubblica amministrazione, che, per certi versi, richiami, ovviamente senza ripeterla, l’esperienza, per allora -fine anni 40-50-70- pur positiva, delle scuole di partito: Camilluccia (Dc), Scuola centrale quadri di Bologna e Frattocchie (Pci) e di altre consimili promosse da sindacati (la Cgil nei Castelli romani, la Cisl a Firenze) di categoria, cooperative, associazioni, laiche, religiose, etc.). Si trattava di scuole con impostazioni culturali e programmatiche diverse, ma strutturate in modo non molto dissimile e con analoghe finalità generali: la formazione culturale e tecnico- professionale di dirigenti politici, amministrativi e sindacali.
         E’ stato un errore grave estendere il concetto di “leggerezza” del partito anche all’attività formativa, all’impegno culturale e scientifico, e, consequenzialmente, non valorizzare la positività e la funzione che hanno avuto nella formazione dei dirigenti (di livello medio-alto e alto) le scuole dei partiti, dei sindacati e di fabbrica, come pure le esperienze/iniziative di fondazioni come Olivetti, Umanitaria, etc. Forse dettato dalla fretta con cui si è buttata l’acqua sporca con il bambino. E’ stato un segno di debolezza politica, inoltre, non respingere con decisione i tentativi di demonizzarle o di ridurle al rango di scuole parrocchiali: tentativi posti in essere da un ignorante come Berlusconi e da consiglieri, autentici cialtroni politico/culturali, per lo più ex comunisti, o spie “reo-confesse”, o ex funzionari di cooperative commerciali, i quali, peraltro, le avevano utilizzate a piene mani, unitamente alla scuola e università di Mosca.
         Sarebbe opportuno ripristinare oggi analoghe iniziative (con un’impostazione più moderna, al fine di offrire una formazione politico-ideale iniziale e di livello teorico elevato), destinate a giovani laureati, diplomati e lavoratori particolarmente motivati? Non credo sia facile. Fanno parte di un altro periodo storico.
         Tuttavia, sì può sostenere che così come un “politico” non può prescindere dal padroneggiare le problematiche dell’educazione civica (principi costituzionali) e del diritto (pubblico, privato, amministrativo, del lavoro, etc.), un amministratore locale non può ignorare la funzione educativo/formativa della scuola, né, all’opposto, la negatività della frequentazione di luoghi di ritrovo notturni e il condizionamento esercitato, sui ragazzi, da parte di figure negative come i guru, nonché da gruppi spontanei. Questi, com’è noto, tentano di elaborare una cultura alternativa attraverso la teorizzazione e l’uso di droghe o dandosi una forma organizzativa tipo gang o branco, che sfociano, spesso, in atti inconsulti di bullismo, di delinquenza e di violenza.
         Non si può ignorare il linguaggio moderno dei giovani, le loro aspirazioni, i loro sogni: per un amministratore, un consigliere comunale è tanto grave quanto non conoscere l’abc di un bilancio e non saper distinguere un bilancio di competenza da un bilancio preventivo, consuntivo o di cassa.
         Non è concepibile, per altro verso, che un dirigente politico-amministratore non abbia un’idea dell’importanza della ricerca tecnologico/scientifica (compresa quella sulle staminali) e non sia in grado di operare una distinzione tra una posizione teologica della Chiesa e la follia incendiaria di un invasato prete di campagna (ricordare Villagrande), nonché tra la libertà/diritto dei cittadini di leggere qualsiasi libro o meglio di accedere ai gradi più alti della cultura e della scienza (la lettura e la libera interpretazione della Bibbia era una delle rivendicazioni di Lutero e della Riforma protestante) e la suggestione medievale di riesumare riti satanici che ricordano gli auto da fé.
         La scarsa conoscenza della Costituzione potrebbe essere, inoltre, una delle cause della carenza di senso civico, dei diritti e doveri di ciascuno, di un certo disinteresse per la stessa storia della costruzione dello stato e della democrazia moderna, nonché della politica contemporanea, con particolare riferimento alle posizioni fondamentali dei partiti, al loro sorgere e svilupparsi, almeno dal risorgimento ad oggi.
         Si potrebbero immaginare, allora, scuole e corsi “mirati” (anche “a distanza”: utilizzando strumenti didattici “poveri”) o seminari, nelle sedi di partito o di associazioni, utili anche per studiare discipline fondamentali, per lo più ignorate, come: economia, storia della scienza, ricerca teorica e applicata, scienze delle finanze, scienze dell’organizzazione e dell’amministrazione, ermeneutica, filosofia del linguaggio, scienze della comunicazione, ecologia, ambiente, lingue straniere, etc.
         Ci aggiungerei i problemi pedagogici: educazione famigliare, rapporti scuola-famiglia, scuola dell’infanzia e associazionismo infantile, scuola primaria, secondaria, metodologie e strategie didattiche, università e sperimentazione, scuola a tempo pieno, diritto allo studio, prestiti di studio, etc.
         Gli amministratori, gli economisti, i legislatori, i produttori di cultura, non nascono a caso: essi si formano nelle scuole e nelle università, ma anche nella lotta politica, sociale o sindacale. In questi “luoghi” si sviluppano i più complessi processi di acquisizione di nuove conoscenze, attraverso metodologie di apprendimento e di ricerca in continuo perfezionamento, nonché attraverso l’utilizzazione di tecniche efficaci di comunicazione e confronto, dai mass media, alle arti visive e musicali, etc..
         Forse aveva ragione Gramsci quando sosteneva che solo attraverso lo studio severo (rigoroso) e l’esperienza si può ottenere la formazione dell’uomo moderno, ossia dello “specialista + politico”, ma anche del dirigente democratico: il nuovo dirigente del tanto atteso partito democratico, capace di operare in una società caratterizzata dalla modernità. Questa società, da un punto di vista laico, potrebbe essere intesa, come scrive Julia Kristeva (Bisogno di Credere…) “un momento cruciale della storia del pensiero. Non ostile alle religioni e ancor meno compiacente nei loro confronti”; che è, a ben guardare, un modo per opporsi “all’oscurantismo e al suo rovescio, che è la gestione tecnica della specie umana”: fondamentalismo e irrazionalismo (o tecnicismo neocapitalista americanismo massificato), entrambi senza spirito e anima.
         Una posizione, come quella richiamata, non esclude né la religiosità (sconcerto, dubbio, mistero, fede), né la ragione (razionalità, logica, scienza), che potrebbero trovare un momento unificante, anche nel concetto marxiano di uomo nuovo: nuovo umanesimo + libertà di ricerca scientifica; o in quello tomistico della correlazione tra “ragione e fede”, a cui, però, la prima non deve essere subordinata. L’unica condizione è che sia fatta salva la libertà di “coscienza individuale”, maturata nell’esperienza storica data, che deve sempre guidare ogni tentativo di “rifondazione dell’umanesimo nato dall’illuminismo, senza dover fare ricorso all’irrazionale”, al metafisico: lasciando al “libero arbitrio” di ciascuno l’assunzione di decisioni, in particolare, nel campo etico-biologico, scientifico, e della creazione artistica, etc. E’ tempo di affidarsi esclusivamente alle proprie convinzioni morali e culturali.
         Occorre, perciò, che tali problematiche siano approfondite con rigore logico, in modo da non confondere le decisioni istituzionali (“i presupposti normativi”) con gli orientamenti teologici, Dio con quelle dello stato (A Cesare quel...). Si ha la sensazione che in questi anni si stia verificando, da parte dello Stato e delle forze politiche un certo affievolimento di un equilibrato spirito laico, che, forse, sarebbe necessario per resistere, senza rotture, all’aggressività delle gerarchie ecclesiastiche.
         Non è più accettabile che un uomo politico non faccia chiarezza su tali questioni.

    Il tempo del politico generico è finito
         Per chi, dal 1945 ad oggi, ha maturato idee e orientamenti di sinistra democratica, progressista, cristiana, liberal democratica, si è formato nella militanza socialista, repubblicano-liberale, democristiana, comunista italiana o si è alimentato del pensiero, tra gli altri, di persone come: Antonio Labriola, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Croce, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Papa Govanni XXIII, Maritain, Dossetti, La Pira, Ernesto Balducci, don Milani, Moro, Parri (e per certi aspetti Lamalfa senior), Spadolini, Sereni, Gramsci, etc. o si è nutrito dell’autonomismo di Lussu, Bellieni, Pilia e Laconi, non è difficile individuare punti fermi di riferimento comune.
         Credo, infine, che, il pensiero di Gramsci (spesso ignorato da molti “politici” di sinistra), in particolare quello pedagogico, possa essere, per un militante democratico (o di sinistra e non solo), ancora oggi utile o “attuale”: ovviamente, nella accezione di stimolo all’impegno, alla lotta per il cambiamento, al rigore morale, alla conquista della dignità di ciascun individuo, al diritto di ciascuno ad acquisire conoscenze e nozioni rigorose.
         E’ stato, infatti, il nostro corregionale a considerare fondamentale, per giovani e adulti, dirigenti e diretti, governanti e governati, “studiare, studiare e studiare ancora”. Proprio per conquistare piena autonomia e realizzazione/espansione della personalità.
         In conclusione, i Ds, a prescindere dai risultati del processo unitario, in quanto continuatore-innovatore delle migliori tradizioni del movimento operaio italiano ed europeo (come si definisce), nonché delle elaborazioni teoriche, delle esperienze organizzative e di lotta per la democrazia (da Labriola a Gramsci, da Spinelli a Marchesi), potrebbe rivisitare (con metodo Storico/laico e critico/razionale) certe tematiche culturali, locali ed europee, ed eventualmente trarre anche qualche conseguente indicazione finalizzata a elaborare/promuovere iniziative educativo/formative dei propri gruppi dirigenti.
         E’ necessario tenere presente che per esercitare un’azione di direzione consensuale, se si occupano posizioni di responsabilità nella vita amministrativa, sociale e politica, non si può prescindere da comportamenti corretti che, al di là di un improbabile tendenziale “talento politico” (non si nasce politici per DNA, come non si nasce calzolai), sono legati ad un duro impegno di lotta, di rigoroso apprendimento culturale e pratico-concreto di direzione e di rapporti non clientelari con la gente comune (vedere l’azione di Veltroni a Roma).
         Ciò impone una formazione ulteriore (specialistico/professionale) degli iscritti (come Gramsci cercava di fare con i giovani operai e studenti torinesi aderenti alla sua associazione educativa), in particolare di quelli che mostravano spiccate tendenze all’impegno dirigenziale, ma anche al volontariato e al servizio sociale.
         Questi diventeranno protagonisti, leader solo se saranno educati/formati a partecipare “disinteressatamente” (ovvero, senza fini di carriera, cioè, senza la pretesa di iscriversi direttamente alla segreteria regionale o nazionale, per parafrasare G. Pajetta) e a confrontarsi con gli altri: non per discettazioni nominalistiche, né per esasperare motivi di dissenso personale, ma per esaltare le qualità individuali e collettive, allo scopo di elaborare teorie e posizioni/proposte innovative adeguate ai cambiamenti della società. Qui sta il senso e l’utilità dell’analisi concettuale logico/dialettica, volta a interpretare l’esistente e ad elaborare soluzioni proiettate al futuro.
         E’ scontato che non s’intende proporre un impossibile militante/dirigente onnisciente, ma semplicemente un cittadino/politico in grado di capire la complessità e di organizzare processi di conoscenza e di intervento teorico-pratico, ricorrendo, eventualmente, all’ausilio anche di “agenzie” e/o persone specificamente preparate al compito.
         Si ha la sensazione che, in questo ultimo decennio, tra i militanti, compresi taluni dirigenti dei Ds (ossia, la maggioranza degli elettori dell’Unione) e gli aderenti alla Margherita e gli stessi “primaristi”, si sia verificata una certa caduta nell’impegno ideale, politico e nella partecipazione alla vita civile: intendo riferirmi ad una partecipazione organizzata in un partito che persegue un chiaro fine sociale e di rinascita morale. Se tale sensazione ha qualche fondamento, allora bisogna proprio avviare un paziente lavoro di ripulitura delle stalle di Augìas che non può non essere affidato a giovani: forti, volenterosi (non dello stampo di Rossi), puliti: sono portato a sperare che l‘eventuale fenomeno degenerativo riguardi pochi “dirigenti” e che a livello collettivo, di militanti di “base” il problema non si ponga.
         Anzi, ne sono convinto: se il fenomeno esiste si può parlare solo di qualche carrierista, che ha completato il suo cursus honorum.
         Conosco numerosi militanti, elettori e dirigenti dei Ds, dell’Ulivo che sono sicuramente immuni dal tarlo dell’immoralità: lavorano, nei partito e nel volontariato, con passione, con orgoglio, senza risparmiarsi: forse è il caso di difenderli dagli attacchi calunniosi. C’è da notare (quanto meno come auspicio o speranza) che, spesso, l’impegno nel volontariato è una risposta alla delusione per le carenze d’iniziativa del proprio partito, delle associazioni di massa, dei sindacati: esso è vissuto come una gratificazione. Mentre il partito, con certo spocchioso burocratismo, talvolta, appare, e non solo ai giovani, come un’entità estranea o comunque distante: non è più un punto di riferimento sicuro e affidabile, quello che, un tempo lontano, organizzava gli aiuti ai pastori bloccati dalla neve o l’assistenza ai bisognosi o le ripetizioni gratuite ai figli dei lavoratori; non offre sufficienti certezze e forti speranze sotto il profilo etico e sociale; non garantisce un impegno di formazione culturale, di studio dei problemi sociali, politici, amministrativi, ideali; non forma una adeguata coscienza critica relativa all’importanza della diffusione di una cultura dell’impegno, della solidarietà e del rigore personale.
         Talvolta, purtroppo, si scopre che in taluno ha prevalso o prevale l’interesse proprio rispetto a quello del partito (ci si serve del partito, anziché servirlo) o della comunità; che vi è una diffusa amoralità nei comportamenti invece dello spontaneo e amorevole sentimento (“religiosità”) fondato sull’aiuto per l’altro, sulla solidarietà (ormai merce rara).
         Non sempre, infine, nell’attivazione di rapporti con i “diretti” c’è l’impegno visibile dei “dirigenti” verso la messa in essere di iniziative volte ad avviare e sostenere la partecipazione dei cittadini alla vita politica e pertanto alle decisioni del partito nel campo sociale, sia in quello delle candidature e/o della formazione delle proposte di legge.
         La “vita” delle sezioni, troppo di frequente, è inesistente o assai grama: i compagni, i militanti sono “annadonati” (raggomitolati) a se stessi, disinformati o informati dai mass media su ciò che accade in maniera approssimativa e distorta.
         D’altra parte, si sa, che in Sardegna la formazione politica strutturata è inesistente e l’informazione è carente. Non esiste un giornale, un foglio (lo stesso sito internet, ancorché aperto a tutti, non è abbastanza pubblicizzato e utilizzato: spero che siano pubblicate queste considerazioni, peraltro, non polemiche, ma finalizzate alla ricerca) che informino su ciò che fanno, o non fanno, gli assessori, i consiglieri, il partito e sulla linea in atto, etc..
         Dell’attività del Consiglio regionale, dei consigli provinciali e comunali non si sa molto. Ci sono intere zone delle città in cui non si vede un volantino o un fac-simile di scheda elettorale.
         Il Bollettino dei consiglieri regionali, che pure forniva utili informazioni ha da tempo cessato di vivere. È stato inopinatamente soppresso. Perché?
         Non c’è nessuna rivista locale dove si possa riflettere, dialogare e partecipare alla elaborazione collettiva delle scelte politiche come semplici cittadini senza tessera, non direttamente interessati alla divisione dei pani. Mancano rapporti diretti tra compagni e rappresentanti istituzionali.
    nbsp;    Ancora: gli “eletti” (i nuovi ricchi) sono sempre molto impegnati, forse perché in via di concludere la carriera, comunque introvabili anche al telefono: probabilmente, dopo il bacio della dea bendata (candidatura/elezione per “pregone”), hanno rotto i contratti con le compagnie telefoniche.
         I compagni, che hanno votato e sostenuto i Ds, ad esempio, si aspettano che gli “eletti” incomincino ad elaborare progetti, proposte di legge, mozioni, interpellanze, interrogazioni sui problemi del lavoro, della scuola, della formazione professionale, dell’università, della sanità, della crescita economica, dell’ambiente, ecc., per non parlare della lotta contro gli sprechi; attendono, quanto meno, che si faccia qualche proposta che ponga limiti alle scandalose retribuzioni dei consiglieri, assessori,consulenti, ecc.
         Su tali problemi, che cosa è cambiato con Soru e con i nuovi sindaci e tanti presidenti? Forse le casacche di alcune decine di consulenti (in ruolo permanente effettivo, che saltano disinvoltamente da Berlinguer alla Moratti, a Fioroni, dal Pci a Forza Italia, ai Ds, da Mario Floris a presidenti e sindaci di sinistra, etc.) di presidenti di enti vari (prima di destra e ora di centro sinistra), di assessori? Si vedono ancora tanti canes de istreju, sotto i tavoli da decenni. Ci si augura che non siano stati scelti rigorosamente secondo un nuovo manuale Cencelli.
         Quanto versano al partito? Perché un “eletto”, o un consulente, può andar via dal suo partito qualche mese prima della scadenza del mandato (certamente per nobili ragioni e non per sottrarsi al versamento di una parte della liquidazione), senza che lo si critichi pubblicamente (o sarebbe stalinismo?) per un atto di indubbia slealtà e disonestà morale, prima ancora che intellettuale? Non “dispone” bene i compagni trovarsi lo stesso individuo candidato nella lista unitaria come rappresentante di un virtuale partito, nel quale (appunto con spirito di servizio) si è rifugiato.
         Possibile che la base debba sempre bere qualsiasi intruglio? Stipendi, prebende varie, macchine blu, compresi i viaggi aereo-navali del parentado, indennità di licenziamento, di studio, indennità per partecipare al lavoro delle commissioni, servono per arrotondare gli stipendi (peraltro già tondi) o per arricchirsi? Si riuscirà mai a risolvere tali problemi, considerati unanimemente amorali? Ciò non mette in discussione l‘ovvietà che chi è impegnato in politica sia dignitosamente retribuito.
         Ma quando è un’esagerazione diviene un’assurdità, un’offesa ai cittadini. Si considerino le indennità varie. Si dice, non si tratta di “impegni di esercizio”. Ma è proprio così?
         Un consigliere regionale non viene eletto per svolgere mansioni che implicano ogni sorta di attività? Perché bisogna pagarlo in più se fa parte di una commissione? Sarebbe come dire ad un insegnante: ti do lo stipendio come docente di “ruolo”, che comprende la preparazione quotidiana della lezione e lo svolgimento di questa, ma include anche il dovere di aggiornarti/formarti e, quindi di acquistare libri e materiale didattico per conoscere le nuove tecnologie educative; di abbonarti a riviste (escluse quelle pornografiche). Comprende anche la correzione dei compiti, la partecipazione alle riunioni di carattere didattico e di gestione della scuola, le ore di discussione, di ricerca seminariale o di gruppo: cioè, tutte le attività previste nel rapporto di lavoro.
         E’ anche abbastanza impopolare che un deputato o un consigliere maturi il diritto alla pensione di 5-6 mila euro al mese, a 52 anni: a proposito, è stata abrogata la norma/decisione (serrentiana-masaliana, ma non solo) sulle pensioni ai consiglieri regionali per invalidità contratta in servizio?
         Si aggiungano i contributi ad associazioni, comitati e fondazioni, presieduti o diretti da ex-sindacalisti miliardari in via di maturazione di cospicue pensioni, consiglieri e ex consiglieri: perfino, l’associazione degli ex consiglieri regionali riceve scandalosi contributi. Senza dimenticare, poi, le indennità a sindaci, consiglieri comunali e di circoscrizione, presidenti di comunità montane con assessori, consiglieri e “tecnici” “ammandronati” o le svariate associazioni, etc..
         Il costo della politica sembra, al cittadino comune, un po’ troppo alto e non sempre si concilia con la democrazia. E’ il sogno dell’attenuazione delle disuguaglianze.
         Quanti problemi potrebbero essere risolti se si riesaminassero e si ridimensionassero tali e tanti altri sprechi, come quelli scandalosi per i manager di stato, rivelatisi, peraltro, inadeguati per un autentico spirito capitalistico? Com’è noto i loro stipendi sono stati fissati dalla finanziaria 2007 in 750 mila euro, insultando, così, non solo l’intelligenza degli elettori di centro sinistra, ma perfino la memoria Max Weber e la sua etica (e morale) protestante.
         In Sardegna, ad esempio, una consulenza sulla scuola, sintetizzata in una decina di pagine dattiloscritte (ahi, potere della sintesi!) è costata ad un assessorato circa 40 mila euro.
         So bene che queste osservazioni possono essere considerate populiste, moraliste, plebee, dettate da invidia (suvvia, che male ci sarebbe!). So bene che non è da “politico” irretirsi nelle posizioni della gente comune: si rischia di scadere nel qualunquismo. Tuttavia, talvolta, non sarebbe male porgere l’orecchio.
         Si può sostenere, comunque, senza grave iniquità per qualcuno e disdoro personale, che il Parlamento ha il dovere di individuare i limiti della dissipazione del patrimonio pubblico e di regolarli con legge. Certo non è facile definire i confini della moralità autentica, “ conservatrice o rivoluzionaria”, ma non sarebbe così disdicevole tentare.
         Per ridiscendere a livello Sardegna, passando dal faceto al serio, si può segnalare che molti incominciano a distinguere tra i propositi di Soru aspirante presidente e i “fatti” di Soru presidente, e ad esprimere dubbi: consulenze, contributi a certi giornali, persone coinvolte, oltre alla sua discutibile concezione del ruolo degl‘istituti parlamentari, della sua indole più da vecchio compratore che da moderno riformista, etc. C’è motivo di qualche delusione? Perché non se ne parla pubblicamente ed eventualmente si studia il modo migliore per “mollarlo”?
         Infine, ma non di minore importanza: è urgente superare la diffusa indecorosa “disamistade”, presente tra gruppetti (frazioni, correnti) e persone, che blocca la creatività e l’iniziativa politica; giungere a forme di accordo civile e politico, al fine di coinvolgere in ogni scelta anche i compagni lontani dalle “stanze dei bottoni”.
         Oggi come oggi, tra gli elettori di sinistra, è diffuso il bisogno di vedere chiusa la fase delle polemiche, sia tra i dirigenti di centrosinistra, sia soprattutto tra i dirigenti dei Ds. E’ tempo, ormai, di mettere alle spalle il periodo dell’esasperazione di quisquilie, che producono solo non scelte dal respiro corto e di operare scelte coraggiose, concrete e credibili. Con un partito del 17% non ci sono grandi prospettive. Oppure ci sono proposte alternative? All’orizzonte si vedono solo no.
         Finalmente, occorre vedere segni di cambiamento e di rinnovamento! Finalmente, è tempo di notare quanto meno l’intenzione di coinvolgere gli iscritti, non solo attraverso le primarie, ma, soprattutto, per partecipare all’elaborazione delle scelte politiche immediate e per la definizione teorico- culturale di eventuali linee o itinerari da percorrere nel futuro!
         Tante persone di sinistra, intellettuali e lavoratori, sono in attesa di vedere segni (se non tangibili almeno tendenziali) di pratiche ispirate ai valori fondanti di un movimento innovatore, riformista/riformatore, di respiro etico europeo: che lo si chiami Pd, socialista, comunista o altro non può essere decisivo.
         Le difficoltà sono molte. La risposta è impegnarsi: non servono atti come quelli di Tropia, né come quello, opportunista e presuntuoso dell’economista Nicola Rossi: è inaccettabile che ad appena sette mesi dalla elezione a deputato, si “auto-sospendano” o si dimettano dal partito e non dal Parlamento, adducendo risibili motivazioni. Che uomo politico è uno che si dimette perché un suo scritto non è stato condiviso? Non si rende conto che i problemi dell’Italia non sono concentrati nella summa delle sue elaborazioni/parole? Il pensiero unico riformista e la verità assoluta non albergano in Rossi. Se questo è il riformismo è meglio soprassedere.
         Il suo comportamento è tutt’altro che limpido. E’ tipico di chi è stato cooptato, non scelto dagli elettori, ma anche di chi è senza spina dorsale e crolla ai primi ostacoli! C’è da essere a disagio per lui. Ma c’è anche da non essere entusiasti di Salvi (o anche di Mussi?), che minaccia di andarsene se non prevarranno le sue posizioni. Che bell’esempio, alla “base”! Da Mussi ci aspettiamo un impegno maggiore nello studio dei problemi dell’università italiana e la formulazione di qualche proposta credibile.
         Il problema, oggi, non è di fuggire o di cambiare partito, ma è di puntare su posizioni politiche che uniscono, non di discettare sul pelo dell’uovo solo nelle dispute filosofico-metafisiche, ma nel risolvere i problemi. Altrimenti c’è il rischio di auto disarcionarsi. Ciò presuppone, in sintesi: - guardare alla realtà concreta, attraverso l’ascolto della gente comune; - promuovere e organizzare la modernità e il cambiamento andando oltre i diritti acquisiti, conquistati dai lavoratori e dai ceti medi pensosi e operosi; - ancorarsi ai valori della tradizione del movimento dei lavoratori, ricuperando il meglio delle culture ed esperienze, elaborate e definite nel lungo processo storico; - appropriarsi il patrimonio di conoscenze di ieri e di oggi. Saldi punti di riferimento in Sardegna: Gramsci, Lussu, Laconi, Dettori, Soddu, etc..
         Per costruire bisogna partire dalle radici di un pensiero comune a cui possano riferirsi coloro che si collocano tra i riformisti/riformatori o più genericamente nella sinistra. E’ mai possibile che mentre sosteniamo la riscoperta dell’identità in progress per i sardi (senza tornare alla mastruca o alla cultura dei bardaneris e della balentìa), dimentichiamo che anche noi di sinistra (o se si vuole di “centro” laico-cristiani), riformatori europei abbiamo una storia da ricuperare? Sulle spalle di quali giganti dovrebbero stare i “nani” contemporanei? (Ovviamente ci si riferisce a quelli che guardano più lontano dei predecessori, che inventano, scavano e creano; a quelli di cui parlava Bernardo di Chartres e non il mistico San Bernardo di Clairvaux, doctor mellifluus, come, per un’affrettata lettura manualistica, crede Bertinotti). Certamente non ai nani e ballerine dell’”era” di tangentopoli.
         Basta con i litigi su flatus vocis! Finiamola con bizantinismi e nominalismi! Lasciano l’impressione che siano accorgimenti per nascondere i veri scopi, non sempre nobili. Se si lavora per trovare soluzioni a problemi concreti non c’è divisione che tenga. Abbiamo un’identità culturale/ideale, irrobustita nella lotta per la democrazia (non ideologica) da riscoprire/sviluppare e a cui collegarci dialetticamente senza bisogno di reimmergerci nel “centralismo democratico”, nella “dittatura del proletariato” e nella politica del CAF o di Tambroni o di dividerci per diritti civili accettati dal comune buon senso e dal senso comune laico europeo. Perché non si lavora per riscoprirla e valorizzarla in una dimensione di modernità? Perché non la proponiamo al confronto con altre idealità?
         Ricuperando le riflessioni sulla formazione di chi si occupa di politica in modo non dilettantesco e ai fini di lucro, penso che si possa concludere dicendo: si rileggano i classici del pensiero politico (da Platone ai contemporanei), si acquisiscano nuove conoscenze e si trovi il modo per operare sintesi unitarie valide tra persone di diversa formazione, senza che nessuno pretenda di possedere la verità: potrebbe essere un buon viatico.
         Un siffatto dirigente “militante” per/della società complessa potrebbe contribuire al progresso etico-morale del cittadino europeo o, se si vuole, alla formazione dell’uomo (se non proprio “nuovo”, almeno) rigoroso, gramscianamente ottimista della volontà, socialmente impegnato e, nel contempo, razionalmente convinto che la società capitalistica è gradualmente riformabile e trasformabile in una società più giusta, come, d’altronde, tutti gli aspetti che ineriscono alla vita umana.

         articolo anche pubblicato su www.ds.cagliari.it

  • 06/02/2007     -     Tonino Mameli

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