partito democratico                                      della sardegna
Democrazia e sviluppo

     Il presidenzialismo della legge statutaria consiste essenzialmente nell’accentramento del potere nel Presidente a scapito degli altri organi della Regione. Il presidente è eletto direttamente dai cittadini? Si, ma quando l’elezione diretta si collega all’accentramento eccessivo del potere non solo è democrazia di delega, delega non più al Consiglio ma alla persona-potere, ma è democrazia usa e getta: eleggetemi e fatevi da parte. Giustificazione: la governabilità. Meno democrazia, più governabilità. Ma è vero? Risponde alle attese dei cittadini e all’interesse della Sardegna intera? Questo è il quesito al quale si deve rispondere nel referendum del 21 ottobre. Perciò il dibattito referendario deve avere di mira l’interesse generale, deve essere ancorato alla realtà e guardare alla prospettiva.
     E la realtà porta profondo il segno della lunga stasi dello sviluppo regionale. Dalla fine degli anni 90, cioè dall’esaurirsi della politica di Rinascita – in coincidenza col mutamento dello scenario internazionale ed europeo e col terremoto che ha sconvolto il sistema politico italiano - la Sardegna è in bilico tra sviluppo e declino. C’è il rischio che percorra a ritroso il cammino della Rinascita. Il divario rispetto alle regioni forti è ripreso a crescere e minaccia di allontanare la Sardegna dall’Europa. Ed è oramai chiaro che l’emergenza sociale – lavoro, precariato, povertà - non si supera stiracchiando la coperta corta. E’ indispensabile, allora, riavviare lo sviluppo in termini tali da saldare l’emergenza ad una prospettiva chiara: portare progressivamente la Sardegna fuori del divario e metterla al passo con l’Europa. Il che vuol dire, fondamentalmente, valorizzare appieno tutti le potenzialità – le risorse umane sprigionate dalla rottura del sottosviluppo generalizzato e le opportunità offerte da nuovo contesto europeo e internazionale.
     Molti di noi hanno creduto che con la Regione presidenziale si sarebbero creato le condizioni per uscire dallo stallo. Non è stato così perché un’impresa di tale portata non può essere delegata a un commissario straordinario, quale è oggi il presidente della Regione. La chiave del successo consiste, invece, nella vitalità delle istituzioni e nel pieno dispiegarsi della mobilitazione dei cittadini nei vari campi – culturale, sociale, politico.
     Il presidenzialismo della statutaria è l’esatto contrario. Mortifica le istituzioni e impoverisce la partecipazione democratica. A vantaggio della governabilità? Niente affatto. Il presidente della Regione è istituzionalmente forte ma politicamente sempre più debole, il Consiglio è debole sia istituzionalmente sia politicamente. La dialettica tra il Presidente, il Consiglio e la stessa maggioranza è scaduta a conflittualità permanente, la maggioranza e i partiti che la compongono sono spaccati, il rapporto della Regione con i comuni e le province è ispirato ad un modello gerarchico e conflittuale, la concertazione sociale è mortificata. Questo sistema non ha giovato all’efficacia, all’efficienza e alla trasparenza dell’azione della Regione ma ha contribuito ad alimentare il caos nel quale rischia di sprofondare la vita politica regionale. Il motore politico regionale si è ingrippato. In conclusione, il presidenzialismo ha contributo ad aggravare una crisi politica che molte cause e viene da lontano.
     Il NO alla statutaria è, allora, indispensabile per bloccare questa deriva, aprire la strada ad una riforma istituzionale che rimetta in sintonia democrazia e sviluppo e favorisca una riforma della politica e dei partiti. Per prima cosa occorre recidere il nesso che incatena Presidenza della Regione e Consiglio al medesimo destino. E’ quest’assurdo legame che differenzia il presidenzialismo regionale italiano da ogni altro sistema presidenzialista dei paesi democratici. Ed occorre un nuovo Statuto di Autonomia che fissi i principi e i connotati essenziali di un moderno ordinamento di autogoverno, lasciando alla legislazione ordinaria il compito adeguarne tempestivamente l’attuazione al mutare delle situazioni. Ordinamento di autogoverno, vale a dire di partecipazione della Regione alle scelte nazionali e comunitarie e di partecipazione dei cittadini alla politica regionale. Ecco perché la vecchia visione gerarchica e conflittuale del rapporto tra le istituzioni deve lasciare il passo a quella relazionale, il regionalismo deve essere inteso non solo come difesa dal centralismo statale e ripartizione di competenze ma principio organizzativo generale della Repubblica.
     Ed ecco perché il rapporto tra le istituzioni e i cittadini deve superare la contrapposizione amministratori-amministrati per favorire una più continua e incisiva presenza dei cittadini nel governo della cosa pubblica a tutti i livelli. Occorre, inoltre, considerare che il pieno esercizio delle prerogative della Regione è affidato non solo alla tutela giuridica ma anche, e in misura crescente, alla tutela politica e, quindi, alla forza politica dell’Istituzione, alla sua vitalità. Il bilanciamento dei poteri tra Giunta e Consiglio, col rafforzamento del ruolo di entrambi, non è perciò soltanto una buona pratica istituzionale ma anche una necessità politica. Non sto inventando proprio niente. E’ tutto scritto nella Costituzione, la quale delinea una moderna forma d’esercizio della sovranità popolare. Si tratta di rinnovare e rafforzare l’Autonoma ancorandola saldamente ai fondamenti costituzionali della Repubblica.

21/09/2007     -     Andrea Raggio

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