partito democratico                                      della sardegna
Quale Statuto per lo sviluppo

      Il rapporto tra Autonomia e sviluppo ha caratterizzato la vita pubblica regionale nella gran parte del secondo novecento, a partire dal Congresso del popolo sardo del 1950. Renzo Laconi, relatore, fu chiarissimo nel sottolineare la centralità della questione: “L’Autonomia non è fine a se stessa; l’ordinamento regionale sarebbe un congegno inutile se non servisse per iniziare in Sardegna un’azione politica nuova, volta a rimuovere le cause della nostra arretratezza e ad avviare l’Isola verso un avvenire di progresso”.
     Questa visione ha animato la grande mobilitazione culturale, politica e sociale che ha portato la Sardegna fuori dal buio della storia. Le leggi di Rinascita indicavano nello sviluppo strutturale la finalità da perseguire e nella democrazia partecipativa lo strumento da utilizzare. In particolare le leggi regionali sulla programmazione delineavano un quadro di norme volto a dare organicità al rapporto tra democrazia e sviluppo. Contestualmente il Consiglio regionale sottolineava l’esigenza di adeguare lo Statuto al nuovo contesto segnato dall’istituzione dell’ordinamento regionale in tutto il Paese, dall’eurocostituzionalismo e dalla stessa legislazione sulla programmazione. Un’esperienza, quella degli anni della Rinascita, segnata dall’intreccio tra il funzionamento delle istituzioni, i programmi di sviluppo e la partecipazione sociale.
     Negli anni ’90, questa combinazione è venuta progressivamente meno; da allora la politica regionale è andata trascinandosi nel grigiore e la Sardegna è rimasta in bilico tra sviluppo e declino. E’ prevalsa la tendenza a scaricare i guai della politica sulle Istituzioni e sull’Identità. Si è andati invocando a gran voce e confusamente una radicale riforma dello Statuto, senza peraltro indicarne la finalità e la direzione.
     Alla visione dell’Autonomia come forma di democrazia finalizzata allo sviluppo è andata sostituendosi l’idea dell’Autonomia come fortezza e dell’Identità come rifugio, “una sorta di reazione dettata dalla debolezza e dalla paura, un tentativo di ergere barricate a difesa dagli assalti del mondo moderno”; un’idea dietro la quale si avverte un ritrarsi dalla lotta per ordinamenti politici moderni. Il mutamento d’indirizzo è seguito all’esaurimento della politica di Rinascita ed è coinciso con lo sconvolgimento del contesto nazionale, europeo e mondale: dalla caduta del muro di Berlino alla fine della guerra fredda e al passaggio dalla Piccola alla Grande Europa, da Tangentopoli alla crisi e alla trasformazione dei partiti.
     L’aver agitato per lungo tempo la “grande riforma” senza essere in grado di proporre un altro Statuto ha delegittimato quello vigente, creando un vuoto istituzionale che ha lasciato la strada al presidenzialismo. Il recente referendum sulla statutaria ha impresso una frenata alla deriva antidemocratica e creato condizioni per porre su nuove basi il dibattito sulla revisione dello Statuto. Ma perché approdi a conclusioni chiare e preluda a decisioni condivise, è indispensabile che la revisione si concentri sulle questioni principali, mettendo a confronto lo Statuto che c’è con i mutamenti che sono intervenuti.
     Questi riguardano principalmente il diritto comunitario, il nuovo regionalismo introdotto dalla modifica del titolo V° della Costituzione, l’ampliamento dei mercati, le potenzialità della Sardegna oggi, i nuovi diritti. Le parti dello Statuto delle quali andrebbe verificata la corrispondenza alla nuova situazione riguardano principalmente, a mio parere, la strategia dello sviluppo, l’autogoverno, la partecipazione alle scelte nazionali ed europee, la forma di governo e il rapporto tra gli organi della Regione, la solidarietà nazionale, la specialità, il conflitto d’interessi, le risorse finanziarie. Occorrerebbe adottare, infine, norme che consentano un’attuazione dinamica dello Statuto, nel rigoroso rispetto dei principi e degli indirizzi fondamentali.

21/11/2007     -     Andrea Raggio

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