| partito democratico della sardegna |
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Il titolo del dibattito era ottimistico: "Dalla crisi al rilancio del centrosinistra", ti aspetti idee generali, linee di prospettiva su cui costruire una alternativa alle divisioni che hanno condotto alla crisi, un'autocritica almeno implicita, e come uscire da palude e dalle tensioni compresse dei partiti locali. Più concreto, le riforme condivise e i metodi per il ricambio su cui chiedere l'apertura del confronto politico, in sintesi il Pd esprime una linea di coagulo e apre le porte? Una linea sui problemi e un ricambio vero e uscita dalla politica di opinione e dal galleggiamento per evitare la sconfitta. Le tensioni ed i conflitti non risolti e il ritardo politico sardo complicano il quadro, se poi a molti del parterre manca una proposta alta e autocritica, ma prevale l'ottica elettorale, e poi manca una rete di conduzione che forzi sugli snodi reali, colga un filo comune, un percorso di risposta ai nodi reali, l'esito diventa confuso e di fatto interlocutorio.
Le questioni non risolte dagli anni '90, una diversità e lievità culturale. Il dibattito sulla crisi politica del governo Prodi e di una fase politica travagliata per problemi e guasti ereditati e per l'intrecciarsi di questioni vecchie e nuove, reali e partitiche, è già difficile e complicato, ma si aggrava quando riporta ed intersecata ai conflitti mai regolati e chiariti portati dalla giunta Soru e dai suoi metodi, se poi si cerca di mettere insieme componenti di sinistra, sardisti e aree del Pd, il compito diventa impervio. Se poi manca una linea ordinata di lettura, una rete di temi, di snodi, l'effetto è di imbarazzo, ritorno a punto e a capo.Di fronte ai nodi, Selis invita a lanciare il cuore oltre l'ostacolo, lottiamo insieme contro il caimano, che, vero, ritorna più rancoroso. Più politico Raggio premette che Prodi ha lavorato per il paese e Berlusconi contro il paese e le istituzioni; una fase è finita, la matassa è aggrovigliata ma il filo per scioglierla è la riforma della legge elettorale che restituisca ai cittadini la scelta, come questione centrale di interesse - qui concordi sul necessario, ma sai che poi ai cittadini interessa cosa intendi fare e come -, e che la nuova fase richiede l'uscita dal bipolarismo coatto per uno libero e necessario. Dall'altra la sinistra in parte fa un elenco di questioni reali non risolte come i salari, ma critica il sindacato, la perdita delle vecchie grandi idee, o pensa a colpe del governo, evoca Zapatero come sinistra, ma che fa una politica di centro, o a scontri col centro, la scelta di centro del Pd, le colpe di Veltroni, evoca disegni della borghesia e scontri, ma sorvola sui tanti conflitti aperti per aspetti ideologici, ritiro subito, no a presenza Afghanistan, no a Libano, Vicenza, pensioni, patto sociale, con l'idea di seguire il movimento sempre sollecitato, sganciata da una cultura di governo e da un'etica politica di disegno generale.
Per i sardisti Maninchedda prima enuncia i suoi princìpi di solidarietà e sovranità, poi disegna il quadro ideologico: la globalizzazione che decide i destini locali e quindi il G8 da contestare, una montagna letteraria che si riduce al topolino della contestazione minore e inutile, a sovranità locale che passa per la somma di poteri locali, un liberismo istituzionale arcaico, in cui la solidarietà che implica un progetto comune sparisce. Dopo aver chiesto garanzie di diritti e solidarietà, pluralismo e informazione, poi individua nel CS un connivente e complice dei poteri forti, banche e assicurazioni, ed elenca una serie di violazioni di norme della Giunta, ma afferma che non esprimerà un veto a Soru per non fare il killer. Racconta l'idea di Parisi di non chiedere cosa pensa all'elettore ma di ridurre la forchetta di scelta, la riduzione delle opzioni e la drammatizzazione delle scelte, come perdita democrazia. Anche qui lui trova un nemico ed evoca una rappresentanza frammentata, dimentica che democrazia è selezione aperta fondata sul confronto che richiede un metodo comune, una ricerca di intesa e priorità, senza la quale avviene lo scontro aperto, preferito da Parisi, ma reso quasi obbligato da una destra scriteriata in Italia. Con solo un cahier de doleances non si procede.La matassa è certo intricata di livelli e residui ideologici, ottiche di parte, vecchie di lotta, muscolari , assenza di corretta visione, un metodo privo di etica politica, di un disegno capace di indicare le priorità corrette, di vedere gli snodi per incidere. La crisi del governo è certo causata da Mastella e Dini, ma preparata da tensioni e strappi continui che hanno alimentato il tiro violento della destra e diffuso sfiducia e critiche sui giornali moderati, Prodi ha dovuto ricucire continui strappi non giustificati, in sé e nel difficile e instabile sentiero politico. Le tensioni e le scelte non sono dentro una linea di riforme ma ideologica, estranea ad una visione economica e difensiva. Si può dire che è mancata una strategia più alta, una capacità di visione e di guida egemone, ma allora la crisi ideologica del partito marxista non si risolve con il movimentismo e una logica anti sistema, non basta la tesi della lotta pacifica, che è uno slittamento verso ideologie che non affrontano gli aspetti economici e degli aspetti analizzati da Gramsci e di una lettura attuale, occorre una teoria del rapporto mercato intervento pubblico che si basi non su classi o movimenti, non su solo liberismo ma su istituzioni, una tesi di governo dello sviluppo che passa per riforme innovative e dentro le istituzioni. Inoltre il divario nasce da errori di metodo, una assenza di rinnovo di rappresentanza, con un misto di spontaneismo, i Comitati e i Circoli, e di centralismo con un gruppo non sempre all'altezza del compito, dai Parisi ai Salvati, ed una perdita di reale sintonia. L'errore di Veltroni è nell'ordine stabilità, decisione, riforme perché l'ordine parte dalla capacità di guida espressa da un progetto, da una serie di riforme sulle questioni del paese, da una apertura non ai partiti ma al paese, una processo di partecipazione e selezione di idee e di un gruppo dirigente esteso, non nel pensare un accordo con partiti personali che hanno alterato e svuotato le regole di rappresentanza e democrazia. Ma va detto che la ricerca di differenze per ideologia, valori, interessi e rappresentanza, la miopia elettorale, il populismo, la difesa delle posizioni, la riduzione del confronto a mediazione, non consente di trovare una intesa sulle questioni principali, su una strategia economica e sociale ed un processo unitario nella direzione delle riforme principali. I valori vanno tradotti in linea e questioni principali e in soluzioni dei problemi di sviluppo, la ricerca di differenze e identità proprie ostacola le stesse intese raggiunte. Serve ritrovarsi in un processo di confronto aperto, mettersi in gioco, guidare processi di innovazione assumendo il rischio. |
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06/02/2008
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Giorgio Cossu
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