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L’autonomia non si difende con la faccia feroce. Sarebbe sbagliato pensare di riscrivere la Carta regionale fuori dalla legalità costituzionale. Né si può scrivere un nuovo Statuto per la Sardegna del XXI° secolo senza un’idea plausibile della Sardegna del XXI° secolo; e la Sardegna del XXI° secolo è un oggetto misterioso senza un’idea non arbitraria della Sardegna del XX° secolo. Appena ci si volge verso la realtà isolana si sbatte inesorabilmente la faccia contro sopravivenze coriacee, pure là dove sembra esistano soltanto soluzioni di continuo col passato. Quindi senza un po’ di memoria non si capisce nulla. Peccato che stiamo diventando tutti smemorati. Ma anche agli smemorati saltano subito agli occhi le molte contraddizioni del nostro piccolo mondo. La memoria servirebbe a capirle un po’, queste contraddizioni; comunque ci sono: tanto vistose da indurre talvolta a dire, magari capziosamente, che il nostro piccolo mondo va declinato al plurale: le Sardegne. Le differenze fra questo e quel pezzo di terra isolano sono molte e profonde: oggettive e soggettive - strutturali, economiche, antropologiche ... Perfino negli immaginari: giacché una cosa è per esempio la sassareseria dei sassaresi ed altra, ben diversa, la balentia dei barbaricini. Sassareseria e balentia che poi adesso non esistono più, o non sono più quali sono state (ecco perché sarebbe indispensabile la memoria). Hanno subito mutazioni straordinarie, con la perdita dei loro supporti materiali; ma insistono ad affacciarsi dentro la vita di Sassari e delle Barbagie: nude parvenze, ormai distorte - ritenute invece carne e ossa. Continuano a far parte della vita di quelle comunità come revenants, come fantasmi. Preso atto di tante contraddizioni, bisogna concludere come un mio amico giovane scrittore che Cagliari è più vicina a Roma che a Orgosolo? Io ho risposto all’amico giovane scrittore che la sua conclusione è sbagliata. Alla fine è sbagliata: esiste una storia sarda molto accidentata però comune, che arriva fino ai giorni nostri; ed esiste tuttora, anzi cresce, una volontà collettiva dei sardi - talvolta magari solo nominale - di vivere insieme una loro storia. Storia che, io credo, non può far a meno né di Cagliari né di Orgosolo: anzi si ritrova, diventa se stessa, solo riunendone le differenze. Roma od Orgosolo? Così esiste - al di là delle contraddizioni e dei fantasmi particolari - un’idea che i sardi hanno di sé come soggetto unico, come popolo: l’idea di una identità comune. Questa idea sarebbe, s’intende, molto positiva, se fosse scevra da autoreferenzialità e retorica: corrispondesse insomma a una realtà. Ma qualche volta - o magari non poche volte - invece non è così. Qualche volta l’identità che si fa valere non è quella reale; è un’identità solo supposta: un revenant, anch’esso, un fantasma, denominatore comune di tutti i nostri fantasmi locali. Da dove ci arriva questo revenant? Di cosa è fantasma? Facciamola breve, come qui corre l’obbligo, pazienza se saltano molti passaggi. La nostra terra è una vera isola, e la geografia ne ha determinato la storia. C’è stato un tempo lontano in cui i sardi credevano che il mondo cominciasse e finisse dentro il perimetro delle loro coste intatte (allora) e delle loro spiagge deserte: nel cerchio magico de su connottu. Un tempo lontano, ma la cultura è vischiosa: c’è ancora chi crede che la storia del mondo sia fatta solo di ciò che succede in Sardegna. Se prevale questa convinzione, se vince il fantasma - l’ingombrante sovrastruttura - la Sardegna è tagliata fuori dal mondo, dalla realtà; e anche da se stessa: perché conoscersi e vivere significa confrontarsi con gli altri. I veri e importanti elementi di identità che la tradizione ci consegna si perdono se non vengono investiti nell’oggi e nel diverso da noi: in qualcosa che con un termine ambiguo si chiama “il moderno”. Anche se è vero che il moderno non ha portato il paradiso in Sardegna, tra industrializzazioni fallite, riforme agrarie nemmeno partite, globalizzazioni solo patite, spaventose culture dei consumi, devastazioni mediatiche, scolarità degradate ... Però hic Rhodus, hic salta: questi sono i problemi che è necessario affrontare, non solo in Sardegna - anche se sulla Sardegna hanno un impatto specifico. Fuori dal pelago. Ma per affrontarli sono inadeguate le logiche de su connottu. L’identità va resa vera e reinventata giorno per giorno, come la vita: sa vida est naschimentu. E il popolo sardo è tutt’altro che compatto (come in genere il popolo italiano): si tratta di rimetterlo faticosamente insieme, con una ricerca collettiva di senso, che batta ogni paese e ogni campagna ma vada ben al di là dei confini dell’isola. Non credo che si possa regolare e governare la Sardegna fuori da percezioni, preoccupazioni e intenzioni di questo tipo. La Sardegna è il luogo dei nostri affetti, la casa e la famiglia in cui siamo nati, ed è un cospicuo bene da valorizzare: però con due avvertenze. - La prima: solo al barone di Münchhausen riusciva di togliersi fuori dal pelago, dov’era sprofondato, tirandosi su da sé per il codino settecentesco dei capelli, insieme al cavallo su cui stava in arcione. Solo a quel barone: a tutti gli altri - noi compresi - operazioni tanto velleitarie non riescono. - Seconda avvertenza: la gara a chi è più identitario e più indipendentista finisce invariabilmente come quella a chi dice il numero più alto, raccontata da Cesare Zavattini: i numeri sono infiniti e c’è sempre qualcuno che ci batte, quando terminiamo di proclamare estenuati la nostra serie di miliardi e miliardi; c’è sempre qualcuno che ci batte urlando: “Più uno”. Perciò non ho ceduto alla tentazione di svolgere questo mio intervento in limba comuna. Sono argomenti troppo sibillini? Può darsi: le ellissi dipendono dalla necessità di abbreviare il discorso. Provo comunque a spiegarmi con un esempio. Non più di cinque anni fa la Commissione autonomia della Regione Sardegna deliberava, all’unanimità, di affidare a un’Assemblea costituente eletta in Sardegna l’emanazione d’un nuovo “Statuto di sovranità del Popolo Sardo” (tutte iniziali maiuscole). Questo Statuto sovrano doveva prevedere, fra l’altro, “i poteri delegati dalla Regione” allo Stato e all’Unione europea, i soldi che Stato e Unione europea erano obbligatoriamente tenuti a scucirci, eccetera. E doveva sostituire lo Statuto sardo esistente, che com’è noto è legge costituzionale della Repubblica italiana. Con tanti unanimi saluti alla legalità. Che cosa si ordinava all’esercito di Franceschiello? “Facite ’a faccia feroce”. Ma poi attorno nessuno si spaventava. Viviamo dentro un contesto che non ha bisogno di agitazioni vane né di alibi; tanto meno di strappi della legalità. Il mio modesto contributo mira a concludere che è meglio non riprendere quella non troppo antica strada, nello scrivere un nuovo statuto per la Sardegna del XXI° secolo. |
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22/02/2008
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Salvatore Mannuzzu
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