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Pochi all'inizio della corsa delle primarie democratiche avrebbero seriamente pensato che ancora dopo il supermartedì di Febbraio qualcuno avrebbe continuato ad insidiare la leadership della Signora Clinton. Tantomeno si sarebbe potuto immaginare che alla vigilia degli altri due importantissimi test di Ohio e Texas del 4 marzo, un semisconosciuto senatore afroamericano, figlio di un keniota e di una ragazza bianca del Kansas, tale Obama Hussein Barack avrebbe inanellato una serie impressionante di vittorie. Con quelle delle Hawaii e del Wisconsin fanno dieci consecutive. La preoccupazione dello staff di Hillary diventa disperazione, perché si comincia seriamente a temere l'effetto di autoalimentazione della popolarità. Ogni volta che Obama esce vincitore da una sessione di primarie o di caucus, si accresce automaticamente la copertura mediatica e si rafforza l'idea negli elettori democratici, dell'ineluttabilità della sua candidatura per le presidenziali dell'anno prossimo. La sostituzione del capo della campagna elettorale da parte di Hillary, e il suo "autofinanziamento" avvenuto in corsa, sono solo due eclatanti riscontri della fibrillazione che sta demolendo la Lady di ghiaccio, come già è stata ribatezzata la moglie dell'ex Presidente per la sua apparente incapacità a mostrare emozioni in pubblico. Ma perché Obama continua a vincere? Obama sta riuscendo in quello che negli ultimi quarant'anni non si era più visto nello scenario politico americano, ovvero sta strappando ampie fette di elettorato al proprio concorrente. Era dai tempi di Kennedy contro Johnson (1960) che non si vedevano interi settori elettorali spostarsi in massa da un candidato all'altro. Le donne bianche, gli anziani, i bassi redditi, le persone a bassa educazione, che costituivano l'apparentemente inattacabile blocco sociale della Clinton, stanno via via, primaria dopo primaria, spostandosi sempre più verso il candidato afroamericano, fino all'incredibile sorpasso del Wisconsin, dove le donne bianche hanno preferito proprio Obama a Hillary. La capacità oratoria, gli slogan azzeccati, la non appartenenza all'attuale "sistema di potere" che da vent'anni governa gli Stati Uniti, stanno certamente contribuendo in modo importante al successo di Obama. Ma è probabilmente è la capacità dello staff di Barack nell'utilizzo di Internet che sta in modo determinante decidendo le sorti delle primarie democratiche. Come Kennedy nel '60 - altro parallelismo - che fece fuori prima Johnson alle primarie e poi Nixon alle presidenziali per la sua innata capacità di utilizzo del nuovo media dominante di allora, la televisione, Obama sta raccogliendo i frutti, sia in termini di consensi che in termini economici, del suo lungimirante investimento sulla rete. I "contatti amici" sui quali il Senatore dell'Illinois può contare su piattaforme come MySpace o Facebook, sono di gran lunga maggiori di qualunque altro candidato alle Presidenziali del 2009, sia democratico che repubblicano. Nel solo mese di gennaio Obama ha raccolto direttamente dal web qualcosa come 28 milioni di dollari! Una cifra record di per sé, che diventa impressionante se pensata raccolta nel solo web in soli 30 giorni - un punto di non ritorno per i metodi oramai obsoleti di fundraising (raccolta fondi) finora praticati da tutti i candidati di entrambi gli schieramenti. Per non parlare poi dello smisurato numero di contatti che il famoso video "Yes, we can" su YouTube ha avuto il giorno del supermartedì: 5 milioni di contatti praticamente a costo zero. Uno strumento, quello di Internet, utilizzato in modo esemplare da Obama anche per mettere a tacere in tempi fino ad oggi impensabili, tutte le dicerie e i colpi bassi che normalmente vengono a galla durante le elezioni americane - come quella che voleva il Senatore nero musulmano, subito smentita con una campagnia di mail e di documentazione comprovante la sua fede nella Chiesa di Cristo. Così vicini, così lontani. Sul terreno più strettamente programmatico, le posizioni di Obama e di Hillary in alcuni casi convergono, se non nella ricetta quantomeno nell'individuazione delle priorità da affrontare una volta eletti, come ad esempio il tema dell'immigrazione e dell'integrazione, la sanità pubblica, l'ambiente, la lotta alla povertà, la tassazione dei ceti più abbienti. In entrambi i programmi i riferimenti a questi temi sono tanti e le ricette vanno dalla amnistia parziale per i clandestini residenti proposta dalla Clinton, alla necessità di finanziare la produzione di energia non inquinante di Obama, dalla lotta alla povertà che colpisce 37 milioni di americani praticata mediante strumenti di welfare inauditi in America e proposti da Barack, alla revisione del Nafta - il trattato per il commercio in regime di libero scambio in Nord America che, dati alla mano, sta favorendo le posizioni dominanti a scapito dei lavoratori e delle imprese meno potenti, proposta quest'ultima avanzata dalla Clinton. Ma a parte la maggiore credibilità che oggettivamente presenta Barack Obama quando parla di immigrazione e integrazione visto il suo passato non solo di figlio di immigrato, ma anche di avvocato attivista e volontario a Chicago, il terreno sul quale Obama raccoglie più punti è certamente quello della politica estera. Mentre Hillary non riesce ad andare oltre una generica promessa - senza data - di ritiro delle truppe dall'Iraq, Obama può vantare una palese opposizione alla guerra praticata fin dal primo momento, documentata da interviste risalenti al 2002 nelle quali afferma, con una lungimiranza quasi profetica, che Saddam Hussein non costituiva una reale minaccia per gli Stati Uniti e che una invasione dell'Iraq avrebbe portato ad una occupazione di lunghezza indeterminata, con costi indeterminati e conseguenze imprevedibili. Non solo, ma essendo entrato in Senato solo nel 2005, non si è dovuto "sporcare le mani" votando la risoluzione che autorizzava l'invasione dell'Iraq (votata invece da Hillary). Se poi alla questione irachena si affianca quella iraniana, dove anche in questo caso la Clinton con il suo voto a favore del riconoscimento dello status di organizzazione terroristica alla Guardia Rivoluzionaria Iraniana ha di fatto sottoscritto l'opzione militare, mentre Obama si è sempre detto favorevole alla sola pressione diplomatica e di finanziamento dell'opposizione politica interna, si capisce come sia possibile che il Senatore nero stia riuscendo a raccogliere importanti consensi in termini numerici, da un elettorato stanco della "guerra permamente" portata avanti dalla gestione repubblicana. Il rischio beffa sulla linea del traguardo. Una paura serpeggia però tra i sostenitori di Obama. E' praticamente certo che non saranno sufficienti le primarie e i delegati che dalle primarie verranno eletti a formare la maggioranza decisiva alla candidatura di uno o dell'altro concorrente. Si renderà necessario interpellare, per la prima volta dopo quarant'anni - ancora una volta il duello Kennedy/Johnson torna come ricorso storico, così come torna ancora una volta il parallelismo tra il Senatore nero e il Presidente irlandese - i superdelegati democratici sui quali aleggia un'accusa di setta massonica legata alla stanza dei bottoni della famiglia Clinton. Basterà l'occhio vigile dell'ennesima fondazione di vigilanza spontanea nata in rete, il Superdelegate Transparency Project a gettare luce sufficiente affinché tutto avvenga in modo pulito? |
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23/02/2008
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Massimo Marini
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