| partito democratico della sardegna |
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Comunque vada a finire il non facile incarico affidato a Marini, la campagna elettorale è già in corso e si annuncia aspra e difficile. Siamo ad un vero e proprio passaggio di fase politica. Non è più riproponibile un centrosinistra ammucchiata e anche il centrodestra, se dovesse vincere, sarà persino peggiore. Il ritorno di Berlusconi, infatti, compatterebbe pericolosamente la coalizione con l’esasperazione del cemento autoritario e anarcoide. L’esperienza del governo Prodi e le cause della sua caduta pongono molti interrogativi. Nessuno va archiviato. Ve ne sono alcuni, però, che si collegano immediatamente alla campagna elettorale in atto. Di questi bisogna innanzi tutto parlare. Il giudizio sul governo dimissionario è incontestabile: il governo Prodi ha lavorato per il paese, il governo Berlusconi ha lavorato per Berlusconi contro il Paese. La Camera ha espresso a larga maggioranza un giudizio positivo, il Senato a maggioranza risicata un giudizio negativo. Questa asimmetria dice che la crisi è provocata anche e soprattutto dai meccanismi istituzionali. Il governo Prodi poteva fare di più? Era necessario che facesse di più, considerati i guasti del governo precedente. Perché non è stato possibile? Insufficienze del governo, certamente, e dei partiti della coalizione. Ma le cause di fondo sono altre, sono, appunto, di carattere istituzionale. Innanzi tutto la legge elettorale la quale, voluta dall’intero centrodestra, è una porcata perché produce maggioranze asimmetriche e paralizzanti dell’intero Parlamento, favorisce le coalizioni ammucchiata e accresce il potere delle oligarchie partitiche, sottraendo agli elettori il potere di eleggere i parlamentari. Il voto, principale strumento della democrazia, se usato con questa legge si ritorce, dunque, contro la democrazia e il cittadino è posto dinnanzi ad un dilemma drammatico: votare o non votare, quale è il danno minore? E’ vero, la legge elettorale non basta, occorre adeguare la seconda parte della Costituzione. In proposito esiste già in Parlamento un corpo di proposte elaborato unitariamente, non dovrebbero esservi perciò difficoltà ad una rapida approvazione. Si obietta che la priorità non è una nuova elettorale, sulla quale sarebbe comunque difficile trovare largo consenso dei cittadini, ma una politica nuova, soprattutto in campo sociale. In realtà le politiche buone, anche quando riscuotono consenso, senza buone gambe istituzionali non camminano. E non è vero che i cittadini siano refrattari al tema democrazia. Nel 1953 la lotta in Parlamento e nel Paese e il voto degli elettori hanno sconfitto la legge truffa ed aperto una stagione di grandi riforme. Recentemente, nonostante le campagne di diseducazione alla democrazia condotte all’insegna della governabilità e del decisionismo, gli elettori hanno sconfitto la controriforma costituzionale del centrodestra e quella istituzionale regionale presidenzialista. Si obietta, inoltre, che questo Parlamento non sarebbe in grado di approvare una nuova legge elettorale. Non lo è se il centrodestra si oppone. Il problema, dunque, non è il Parlamento, ma il centrodestra. La legge elettorale e la degenerazione del sistema dei partiti interagiscono, provocando effetti devastanti, dall’impoverimento del personale politico alla caduta della moralità pubblica, alla scarsa efficienza della pubblica amministrazione. Hanno prodotto il bipolarismo coatto. Il bipolarismo è potente motore di sviluppo se favorisce la competitività e l’alternanza programmatica in un quadro di regole condiviso; diventa scontro paralizzante quando del muro contro muro hanno bisogno le armate ammucchiata per compattarsi. La degenerazione del sistema politico è anche una delle cause dell’intorbidimento della laicità dello Stato. Non esiste in Italia un pericolo di anticlericalismo, nonostante certi comportamenti invadenti e deprimenti del Papa. Esiste, invece, una pericolosa realtà: la cattiva politica strumentalizza la religione e il Vaticano strumentalizza la cattiva politica. Stando cosi le cose, la conclusione obbligata è che bisogna innanzi tutto rimuovere le cause istituzionali della crisi della democrazia italiana. La priorità assoluta è una nuova legge elettorale che ponga fine alle maggioranze asimmetriche, restituisca al cittadino il diritto di eleggere i parlamentari, freni la proliferazione dei partiti e scoraggi le coalizioni ammucchiata. Questo chiede unitariamente il mondo del lavoro, della produzione e del commercio. Questo chiede Veltroni quando dice legge elettorale subito e non più ammucchiate prima delle elezioni al solo scopo di vincerle, ma chiari accordi programmatici dopo le elezioni per governare. Non capisco le critiche che gli vengono mosse da sinistra e all’interno dello stesso Pd. Se spostiamo l’attenzione dall’orizzonte nazionale a quello regionale, approdiamo ad analoga conclusione. Il nodo della crisi politica regionale consiste principalmente nella questione istituzionale, vale a dire Statuto e legge elettorale regionale. Siamo una Regione senza Statuto, cioè senza la legge fondamentale, perché quello del 1948 è stato delegittimato dalla continua invocazione della grande riforma cui non è seguita una proposta di nuovo Statuto. L’Autonomia è stata così surrogata col presidenzialismo. La filosofia che ha prodotto i danni a Roma e i danni a Cagliari è la stessa: meno democrazia per più governabilità. La governabilità coatta, da caserma, ha prodotto danni alla cittadinanza, cioè all’insieme dei diritti che fanno della persona un cittadino, e alla condizione economica e sociale, soprattutto dei ceti meno protetti, deboli ed esclusi. Meno democrazia, infatti, vuol dire meno lavoro, meno salario, meno protezione sociale e meno sviluppo. In Sardegna soprattutto lo sviluppo ha bisogno di cultura, di partecipazione e di legalità. La nostra regione non solo è da troppo tempo in bilico tra democrazia e autoritarismo, tra sviluppo e declino, ma è anche mortificata dall’incerta legalità e dalla dubbia moralità che caratterizzano la gestione della Regione e di diversi comuni, a partire da quello di Cagliari. Democrazia, cultura e legalità sono le armi dei meno protetti, dei deboli, degli esclusi, sono la molla del progresso. Sono le grandi risorse della Costituzione, spesso trascurate. E’ questo il terreno sul quale il partito democratico e la sinistra devono unitariamente sfidare il centrodestra. E’ tempo di finirla con le beghe di potere e con gli egoismi di partito. E’ tempo di riaprire le porte alla politica. |
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02/02/2007
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Andrea Raggio
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