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Segreteria PD, Soru: “Mai autosospeso, cerchiamo soluzione per una gestione unitaria”
 
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Il 5 marzo la Direzione Regionale del Partito Democratico riprende la discussione sulla situazione politica del partito in Sardegna, dopo l’annuncio di dimissioni di quattro componenti della Segreteria regionale e l’apertura del dibattito sulle correnti. Il Segretario Renato Soru, che nel corso dell’ultima direzione aveva chiarito di non condividere un metodo di gestione influenzato dal classico schema  maggioranza-minoranza, ha riproposto i punti chiave della sua mozione congressuale, improntati ad un’idea di cambiamento e di rafforzamento del ruolo di partito-guida nella società sarda: un obbiettivo che per Soru può essere raggiunto solo attraverso una gestione unitaria del partito, declinato attraverso gli organi statutari, Segreteria e Direzione.

Fugando poi ogni possibilità di equivoco, il Segretario ha anche chiarito di non essersi mai autosospeso in seguito all’ultima direzione del 13 febbraio, ma di aver semmai auspicato il reintegro della Segreteria ed il ritorno ad una piena operatività in tempi rapidi, consoni all’incombenza degli appuntamenti dell’agenda politica e amministrativa sarda. «Non mi sono autosospeso e neanche lo sono i componenti della segreteria ancora in carica. In queste settimane ci siamo incontrati più volte per discutere del partito anche alla ricerca di una soluzione», ha detto Soru. Sabato in Direzione si vedrà se la soluzione è a portata di mano.

 

 

Mozione Soru Primarie PD Sardegna 2014

Primarie PD Sardegna, mozione del candidato alla Segreteria regionale Renato Soru

“Ci avviciniamo alla celebrazione del congresso del Pd in Sardegna. Un congresso che arriva in ritardo rispetto alla sua calendarizzazione naturale. E tuttavia credo che sia un congresso particolarmente importante, perché accade in un momento cruciale nella storia del paese e di questa regione.

La crisi e l’Europa
L’Italia è in una crisi fortissima caratterizzata da un profondo processo di impoverimento. Il paese, la Sardegna, hanno bisogno di qualcosa che consenta loro di uscire da questa difficoltà .
Nel contesto europeo, l’Italia è in sofferenza davanti all’idea rigorista dei paesi più ricchi del continente. Da un lato la visione della Merkel, dall’altra quella dell’Italia, che chiede una convergenza legata a parametri sociali, connessi alla qualità della vita nei diversi paesi, oltre che ai valori economici e finanziari: o si converge o certamente non ci sarà Europa. O si converge o non ci sarà una moneta unica in un’economia unica. O si riesce a diventare più simili, colmando le differenze o la grande scommessa europea fallirà. I modi e i tempi della convergenza sono dunque il tema dell’attuale discussione europea.

Trovare una nuova via
Altrettanto chiaro per noi è che l’Europa ci potrà venire incontro fino a un certo punto, oltre il quale siamo chiamati in prima persona a dover uscire da questa difficoltà: noi come sistema paese e come comunità regionale. La sfida è appunto questa: alla fine anche questa nostra storia regionale dovrà trovare un suo percorso dentro il contesto europeo, o semplicemente sarà condannata alla marginalizzazione.

In questi ultimi mesi nel dibattito regionale son tornati l’indipendentismo, l’autonomismo, il sovranismo. Mentre a livello europeo già si discute di accelerare il processo di convergenza affidando alla responsabilità comune il governo delle riforme nei singoli paesi, in modo che tutti si proceda assieme con sistemi omogenei sul piano fiscale, giuridico, burocratico, dell’istruzione. Perché la necessità di questo momento non è quella di dividersi, ma di stare sempre di più insieme, standoci bene e alla pari. Altrimenti saremo espulsi, perché lo stare insieme non regge se non diventiamo sempre più simili, sempre meno divergenti.

Quindi noi facciamo il congresso di questi tempi. Sono tempi importanti. E per la Sardegna attanagliata dalla crisi è un tempo importantissimo: questa è la crisi più severa dagli anni 20, una crisi che sembra interminabile, che dal 2008 ha visto crollare il Pil del 10% a livello nazionale e che in Sardegna ha visto un andamento persino peggiore. E’ stata intaccata la capacità di produrre ricchezza, la capacità di creare posti di lavoro, la capacità contribuire di pagare il debito, di pagare interessi.
In questo scenario il nostro congresso deve mettere al centro la volontà di costruire un partito che serva all’Italia e che serva ai sardi. Al centro deve esserci non la capacità di far vincere una maggioranza invece che un’altra, ma la capacità di costruire un’intelligenza collettiva, una comunità di persone che si impegnino in politica a tutti i livelli, che serva alla Sardegna di oggi. Perché comunque non si uscirà da questa difficoltà solamente attraverso una buona amministrazione regionale. Ancora di meno attraverso una buona amministrazione regionale lasciata da sola. Se ne uscirà se siamo capaci di mettere in moto una mobilitazione collettiva. Tutti quanti: i professori, gli studenti, gli artigiani, gli agricoltori. Sentendoci tutti impegnati nella volontà di uscire da questa difficoltà.

Ma chi chiamerà a questa mobilitazione i sardi? Temo non i grandi giornali che in altri momenti e in altri luoghi soprattutto hanno svolto questo ruolo. Non gli intellettuali come categoria che una volta partecipavano al dibattito, pungolavano, aprivano orizzonti di discussione. Non i corpi intermedi. Alla fine rimane questo nostro partito, con le sue difficoltà e con i suoi limiti. Ma mi pare che questa sia una delle poche cose su cui la Sardegna possa ancora contare. Ci siamo noi alla fine, a cui anche recentemente i sardi hanno guardato con maggior speranza con maggior attenzione.
Ci siamo noi. E dobbiamo vivere il congresso con quella responsabilità. La responsabilità della politica che è di capire il tempo che vive, ascoltare la gente, ascoltare la comunità, capire i problemi, le opportunità e poi segnare una strada e su questa strada portarsi dietro quanta più gente possibile a remare insieme. Insieme si fanno grandi cose e si muove l’impensabile.

Affrontare il cambiamento
Oggi siamo ad un bivio simile a quello della rinascita degli anni ’50 e ’60, quando la società sarda, mobilitandosi nel suo insieme e producendo dibattito e pensiero originale, trovò la sua via per entrare nella modernità. Ora quel tempo è finito ma è stato un tempo importante. Io credo che oggi occorra tornare a quello spirito.
Noi chiamiamo quello che stiamo vivendo “crisi”. Ma il mondo non è tutto in crisi. Ci sono paesi che stanno crescendo tantissimo: la Cina, il Brasile, la Corea, pezzi dell’America Latina. Gli Stati Uniti nell’ultimo trimestre sono cresciuti del 4%.
Se dunque il mondo non è in crisi allora forse dobbiamo domandarci perché noi lo siamo. Non perché siamo un’isola, non perché non siamo all’altezza, ma forse perché ci stiamo attardando nei pensieri del passato e non stiamo entrando nei pensieri di oggi. Non è una crisi congiunturale, una di quelle battute d’arresto temporanee previste dal ciclo economico dopo le quali si riprende fiato e si riparte più forti. Questa non è una di quelle crisi: noi stiamo vivendo un cambiamento storico.
Non ce ne vogliamo accorgere e non vogliamo affrontare questo cambiamento, perché ci fa paura. Ma se non lo si affronta non troveremo la via d’uscita. Non entreremo nel mondo. In Sardegna è finita l’epoca della petrolchimica e dell’ industria pesante: ma c’è la rivoluzione digitale, c’è la rivoluzione dell’e-commerce, quella degli artigiani digitali, quella dei trasporti. il mondo oggi è fatto più di opportunità che di minacce. La Sardegna è un’isola, ma ha ancora senso pensare alla Sardegna in termini di isolamento oggi? Nel mondo digitale veramente siamo più isolati della Corea o di altri? Abbiamo sempre detto che i nostri mercati non bastano: quanta gente compra oggetti di tutti i tipi su Amazon? In Italia solo circa il 5-6% dei produttori vende qualcosa on line, mentre in Europa il livello è già al 50%. Allora non è colpa della crisi, è colpa nostra se noi non stiamo cogliendo questi cambiamenti.

La grande sfida è quella dell’innovazione e dell’integrazione: nell’impresa, nel commercio, nell’artigianato, nell’agroalimentare, nell’ambito zootecnico. In agricoltura ad esempio noi ragioniamo coi numeri e con le categorie del passato: ma quando mio nonno era piccolo sul pianeta c’era un miliardo di persone, oggi siamo 7 miliardi e quando mio figlio avrà la mia età saremo 10 miliardi. Dieci miliardi di persone che hanno bisogno di mangiare. E allora conterà questa nostra terra? Ma se nel mondo dell’e-commerce, del digitale, della logistica tracciabile io continuo a restare con le abitudini di 50 anni fa, non innovo e non mi aggrego è ovvio che non ce la faccio più.
Il mondo di oggi non è più cattivo, è più buono ed è più denso di opportunità. Questo mondo premia le competenze. Il livello di istruzione, di conoscenza, di sapere, di qualunque tipo. Noi ci stiamo preparando per questo?

Il coraggio della responsabilità
Il PD ha questa responsabilità: di dire ai sardi che non siamo dentro una crisi ma nel mezzo di un processo storico di cambiamento. E lo dobbiamo dire ai sardi paese per paese, perché non saranno i giornali a dirglielo, o gli intellettuali. Noi invece dobbiamo rimettere al centro questo tipo di discussione.
Dobbiamo suscitare la speranza, una speranza non velleitaria ma visibile: altri paesi stanno uscendo dalla miseria dalla povertà e dall’arretratezza e ne stanno uscendo grazie alla globalizzazione dei mercati, grazie alle tecnologie, grazie ai trasporti, grazie a modalità di produzione e collaborazione diverse. Questa è la strada da percorrere, anche per la Sardegna: ma bisogna crederci ed occorre indicare la via.

Il partito può svolgere un ruolo di supporto verso l’esecutivo e l’amministrazione regionale per aiutarlo a comunicare questo progetto, per mobilitare, per far capire che la direzione è quella giusta, anche se ci vorrà parecchio tempo. Per far capire che il percorso è irreversibile: o prendiamo quella strada o non arriveremo mai.
Credo che sia ora che il Pd faccia questo salto: di visione di stimolo, di guida, di ascolto. Un partito che torna nei circoli e li sta ad ascoltare, in un dialogo costante. Se in ogni paese nei circoli si parla dei problemi del territorio e dell’amministrazione , se si cercherà di fare del proprio paese “un luogo ideale”, se in ogni paese si cercherà di tenere vivo il dibattito per dare un contributo a un pensiero più ampio, i circoli si rianimeranno. E i giovani, se iniziamo a parlare col loro linguaggio, a usare la tecnologia che colpevolmente abbiamo lasciato a Grillo, ci capiranno. Questo è necessario se ambiamo ad un partito maggioritario e rappresentativo della società sarda. Mentre invece siamo ancora alle prese con un processo di tesseramento quasi iniziatico, che non ha niente a che vedere con i tempi di oggi.

Una comunità in cammino
C’ è bisogno di tutti. C’è bisogno di mettere da parte la conflittualità, non c’è tempo per quella. Il tempo occorre impiegarlo per spiegare ai sardi che c’è una strada di cambiamento da prendere: cambiamento vero di testa, di visione, di prospettiva, non cambiamento di classi dirigenti.
Per questo io mi metto a disposizione. Non ho ambizioni personali. Ma ho l’ambizione che il PD diventi una forza maggioritaria, inclusiva e che la Sardegna diventi un luogo di opportunità, che ci sia lavoro, che ci siano industrie integrate e intelligenti, che il paesaggio agrario sia prospero, perché diversamente vorrà dire che avremo accettato di essere i reietti della terra mentre gli altri andranno avanti.

La mia ambizione è che mettiamo in cammino questa comunità. Metto a disposizione quel poco che ho per quel che so fare.
Non per dividere, ma per unire, per crescere insieme, per trovare il nostro futuro”.

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